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Poeti a Roma
Roberto Di Costanzo, “Roma”, Editions Nomades 2012

La Capitale della poesia. Sette poeti e Roma

Roma, musa inquieta, da sempre ispira i poeti nella ricerca di segreti e tormenti tra gli anfratti cittadini più remoti dove l’estro artistico risuona malinconico e sibillino.

Immaginare le voci poetiche più alte del Novecento italiano tra le vie di Roma è un esercizio etico di continuità storica. Fondamentale per indagare l’attualità della poesia romana (e nazionale), vivacemente molteplice nonostante lo scetticismo della critica e la carenza di un riscontro puntuale del pubblico dei lettori.

Via del Corallo, nel cuore della Capitale, continua a risuonare di quel “gioco di fonosillabe” con cui Amelia Rosselli esprimeva la sua drammatica intangibilità espressiva. Così come tra Via dell’Oca e Via Archimede si possono provare a indovinare le dimore in cui Elsa Morante si dedicò alla scrittura (ma sarà a Testaccio, dove è nata, che compare la targa “Solo chi ama conosce”).

La piccola abitazione adibita a studio di Via Margutta fu la casa preferita da Alfonso Gatto, una delle tante dimore che ebbe a Roma: “una piccola casa poetica”. Piccola ma, forse, non quanto la baracca in Via Flaminia dove visse gran parte della sua vita Valentino Zeichen.

Se Leonardo Sinisgalli[1], dilaniato tra le sue due muse (scienza e poesia) ha dedicato svariati versi al quartiere Prati e al Lungotevere, passando da Cola di Rienzo non si può smettere di pensare a quel “sipario abbassato” di Maria Luisa Spaziani che continua a vibrare di “inauditi attori e luminarie”.

Anche Giorgio Caproni[2] abitò per qualche tempo a Prati ma la casa di Monteverde Vecchio fu la sua preferita. A Monteverde abitarono anche Emilio Gadda, Gianni Rodari, Attilio Bertolucci[3], Giovanna Sicari (che visse, poi, in Via Giolitti con Milo De Angelis) e Pier Paolo Pasolini[4].

Il numero dei poeti che sono nati o hanno vissuto a Roma nel Novecento è sorprendentemente alto e, alcuni di essi, riposano nel cimitero acattolico a Piramide.

Ma il posto più significativo e suggestivo in cui immaginarli è il vecchio Bar Rosati[5], a Piazza del Popolo, in cui artisti e scrittori come Dacia Maraini, FedericoFellini, Alberto Moravia, Elsa Morante, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza, Elio Pecora, Amelia Rosselli, Renzo Paris, Renato Marino Mazzacurati, Mario Schifano, Natalia Ginzburg, Renato Guttusoe moltissimi altri si incontravano, nel pomeriggio, non solo per parlare delle loro idee e dei loro progetti ma, soprattutto, per il puro piacere di trascorrere del tempo insieme.

L’amicizia, a quei tempi, come scrive Dacia Maraini nel suo ultimo libro dedicato all’amico Pier Paolo[6], “era come una grazia lunare”.

Tuttavia, è dall’ispirazione dei poeti contemporanei che si può trarre l’esperienza più viva e attuale di una città complessa, caotica e disperatamente incantevole come Roma, ventre amorevole e matrigna brutale di una infinita gestazione poetica.

Abbiamo domandato ad alcune fra le voci poetiche romane più intense della nostra epoca di condividere i loro versi e il loro legame creativo con la Capitale.

 

Nicola Bultrini.

“Sono nato in una cittadina sul mare, ma da quando ho tre anni vivo a Roma. Qui è ed è sempre stata la mia vita. Eppure, una parte importante di me rimane, per affetto ed elezione, visceralmente legata al “borgo natìo”. Forse anche per questo il mio rapporto con Roma è sostanzialmente “funzionale”. Non ho mai avuto la sensazione di “possedere” la città (mentre so che alcuni pensano o si illudono di poterlo fare).

Di Roma riconosco senza riserve il fascino, la meraviglia, la grandezza in ogni senso e direzione. A Roma sono grato per tutto quello che mi ha dato, per le tantissime possibilità che continua ad offrirmi. Ma come un “ospite”. Ecco, si, come uno di quegli ospiti affezionati che da decenni, ogni anno, vanno in vacanza sempre nello stesso posto, lo stesso albergo, possibilmente la stessa camera. Sono un abitudinario, è evidente.

Penso che alla fine dei giorni, le abitudini ci salveranno. Così, nel mio immaginario privato, Roma è prima di tutto “periferia”. La periferia che ho sempre abitato, che ora non è più veramente tale, ma che un tempo era terra di confine, misteriosa e violenta (ricordo bene che negli anni ’70 fu teatro dell’assurda e tragica violenza politica). Nel mio sguardo, fin da bambino, la periferia è strade ampie e calcinate, palazzoni anonimi, prati incolti bruciati dal sole d’agosto. Però è anche un’umanità schietta, operosa, che sa di concretezza.

La prima parrocchia del mio quartiere era il garage di un palazzo appena costruito. Fuori, campi incolti e greggi di pecore, un “borgo” di baracche, la marana con le salamandre e i tritoni. La Roma di Pasolini, insomma, del neorealismo. Io quella periferia la conoscevo palmo a palmo, nelle interminabili camminate pomeridiane, dopo scuola, masticando il tempo della mia adolescenza. Adesso, quella stessa periferia, è il rifugio dove tornare la sera, abbandonando le aree più centrali, affascinanti sì, ma caotiche, dispersive, disorientanti.

Nel mezzo, il tragitto e nel traffico incomprensibile, sta una strada, che percorro da decenni, ogni giorno. La tangenziale est, che taglia la città correndo lungo la ferrovia e le anse del fiume Aniene. Un greto d’asfalto su cui scorre un fiume di metallo, nel vapore dello smog che non si sente neanche più (tanto ce lo abbiamo nei polmoni). A volte sento di provare quasi affetto per questa strada che, insieme ad altre migliaia di anime, mi accoglie e a cui, in fondo, sento anche un po’ di appartenere”.

 

L’aria matta del primo autunno

la stagione che forza i cardini

irrimediabile ci coglie impreparati.

Allora vestiti, che andiamo.

Ogni celebrazione è un termine

là sarà pianto e stridore di denti

ma il tempo lavora, adatta le cose.

È bene andare ai funerali, le persone

tra l’altro muoiono, così son fatte.

Domani a Roma l’aria sarà stabile

e il cielo prevalentemente sereno.

 

(“Vetro”, Interno Poesia 2022).

 

 

 

Claudio Damiani.

“Non sono nato a Roma, ci sono venuto a cinque anni e non me ne sono mai allontanato.

Da una quindicina d’anni vivo a 39 chilometri da lei, che reputo la distanza giusta.

Dentro non potrei viverci, ma non posso allontanarmene più di tanto.

Adoro la natura intorno a lei, la cui magia è, secondo me, la causa della sua fortuna.

Natura che è in lei, come l’albero della poesia “Pei vicoli di Roma camminavamo abbracciati”, stratificato e incastonato al suo centro”.

 

Pei vicoli di Roma camminavamo abbracciati

era una notte umida e risuonavano le tue risa,

battevamo i piedi sui sampietrini e urtavamo

contro colonne e spigoli, ogni tanto entravamo

dentro una bettola a bere vino rosso, e uscivamo

cantando a squarciagola, ci osservavano spiriti

antichi e ombre si assiepavano intorno

e noi ad ognuno facevamo un cenno e ognuno

ci rispondeva con un saluto, parlavamo

tutte le lingue, e i nostri piedi toccavano

tutte le pietre, risuonavano i lastrici

dei nostri passi, camminavamo su strati

d’ere e di vite, fanciulle si recavano al tempio

e noi seguivamo ogni corteo di anime,

fiammelle avevano dentro le mani giunte,

la città era addormentata, abbandonata,

a certi trivi ci fermavamo immobili

o davanti a edicole o a frammenti incastonati

come pietre preziose dentro un magma incandescente.

Gli archi si aprivano in varchi

che ci facevano passare,

i vicoli erano cunicoli

sempre più stretti che a volte finivano

in un balcone come un belvedere sospeso.

Sotto di noi la grande città brulicava,

un esercito di lumini come le stelle del cielo.

Giungemmo alfine davanti a un grande albero

che aveva rami come braccia ordinate

come una figura regale coronata

di foglie d’oro sonanti, ciocche distribuite

equamente dall’uno all’altro lato,

tutto ciò che era dentro era fuori

e tutto che era fuori era dentro,

io mi misi da un lato, e tu dall’altro

io tenevo in una mano un ramo

e tu dall’altra parte tenevi nella tua mano

l’altro ramo.

 

(“Endimione”, Interno Poesia, 2019)

 

 

Elisabetta Destasio Vettori.

“Roma detiene il primato del mio dentro. Quel modo potente e beffardo di prendermi in ostaggio le viscere, la bocca dello stomaco, tenendomi in piedi con le sue gambe sporche, sfidando ogni strappo.

È il becco di un imbuto, un bordello in cui mi infilo per fuggire da ciò a cui non appartengo, da certe dolorose scaglie.

Roma mi è madre, mi toglie ogni arma, col sangue che pulsa veloce. Lacerante bellezza, coi ricordi tutti pronti fuori dalla porta.

La mia città mi punisce e mi perdona, strappa e ricuce, nasconde, ritrova, riduce la luce e acceca il suo cielo d’azzurro. Nei musei, nei rioni, nei teatri, sulle rovine.

 

Una sorta d’addio ogni volta che salgo su un treno. Lascio la stazione e la sento gemere di disperazione, di separazione. L’odore lo porto in tasca, nel cappotto che tolgo a Bologna, Parigi, Milano, Napoli, Bari, Catania, Cagliari.

Sola, in un ovunque, mi ripeto:

non ho niente, ma ho questa vertigine d’amore di Roma”.

 

Stare

nel silenzio delle cose alba, cielo proprietà degli uccelli nella vicenda del mattino l’ostacolo del ninfeo

 

tutto un vociare loro,

 

  • allodole e gabbiani predare qualsiasi travertino

 

[e un troneggiare di ragnatele]

 

possibilità di pioggia, non sappiamo in questa sospensione

 

sul piatto grigio argento, la voce ha perso il suo quark up

 

e gli elettrogeni che l’universo le

 

prestava

 

[un morso dolce, Roma]

 

in questo punto piccolo – rumore rosa che siamo diventati: luce

 

a metà strada tra particelle quantistiche e costellazioni non avverse, il giorno.

 

(“Luoghi profani”, inedito)

 

Graziano Graziani.

“Ponte Milvio, detto anche Ponte Mollo, è uno dei luoghi simbolo di Roma. Da alcuni anni è anche il luogo dove si svolge la consuetudine per la quale gli innamorati, come pegno d’amore, appendono un lucchetto a uno dei lampioni e gettano via la chiave. Una moda importata da Parigi – dove, nel frattempo, è stata proibita – e resa popolare da un romanzetto a tema romantico di alcuni anni fa.

Anche da noi l’eccessivo carico dei lucchetti, appesi a migliaia, aveva compromesso la stabilità del lampione ed era anche stato oggetto di uno strano “vandalismo al contrario”: qualcuno pensò bene di rimuovere i famigerati lucchetti, liberando il lampione che, comunque, crollò.

Questo sonetto, tratto da “Er Corvaccio e li morti”, una sorta di Spoon River romanesca che ho scritto nell’arco di vent’anni, gioca con quella storia. E ribadisce una caratteristica del romano, che è un dialetto particolare, comprensibile ai più, che non fa per lo più uso di termini specifici e differenti dall’italiano, ma si caratterizza per i suoi modi di dire, caustici e divertenti, amari e comici allo stesso tempo, in grado in poche parole di disegnare una precisa atmosfera”.

 

L’anti-romantica

 

Nun so’ capace a immagginà de peggio

de quei lucchetti appesi a Ponte Mollo,

ché si d’amore parli e no de accollo

de certo nun te affidi a quell’aggeggio.

 

L’amore nun è mica ’n sortileggio

o peggio ’na catena appesa ar collo:

pe’ me cià più a che fa’ co’ ’n ber decollo,

quarcosa che te fa mollà l’ormeggio.

 

Decisa a fa’ li conti co’ ’sto fatto

so’ annata a sradicàquer luridume.

De notte ce so’ annata, de sorpiatto.

 

Me so’ aggrappata forte forte ar lume,

ma ’r palo s’è piegato e, tutt’a ’n tratto…

nun so’ finita dritta drent’ar Fiume?

 

 

(“Er Corvaccio e li morti”, Interno Poesia, 2022)

 

Vincenzo Mascolo.

“Ci sono alcune mie poesie dedicate alla “mia città”, mai nominata perché in realtà, nonostante l’età matura, non ho ancora compreso fino in fondo quale sia la mia città. Le mie origini sono del sud e a queste radici sono molto legato. Vivo però a Roma -potrei dire- da sempre: qui ho studiato e mi sono sposato (anche se mia moglie è anche lei una “oriunda”), a Roma sono nati i miei quattro figli, che si sentono giustamente romani, qui lavoro, scrivo e invecchio insieme alla mia famiglia. Questa poesia esprime, secondo me, compiutamente questo mio essere diviso tra Roma e le mie origini salernitane. Quello che di altro questi pochi versi possono suggerire non spetta a me indicarlo”.

 

Ha piccole stanze la mia casa

 

Ha piccole stanze la mia casa

e un lungo corridoio da attraversare.

Ma la sera

quando mi siedo a scrivere i miei versi

dalla finestra che affaccia sulla strada

mi sembra

vedo in lontananza

il mare

 

Elio Pecora.

“Nei primi anni Novanta composi un piccolo gruppo di poesie dedicate ad alcuni luoghi romani, da Termini a Piazza Trevi, che apparvero in libro (Poesie 1975-95) nelle edizioni romane di Empiria.  Avevo già scritto tanto,sia in prosa che in poesia, della città in cui ero arrivato da Napoli nell’estate del 1966, dove ero passato in sette case, avevo frequentato gli ambienti più diversi, avevo scoperto di me allegrie insospettate e curiosità mai sazie.

Non ho mai lasciato Roma, se non per brevi periodi e anche più brevi viaggi. Ne amo le luci e le ombre, ne accetto i disagi e le dispersioni; è il recinto in cui m’aggiro e di cui non scorgo i confini, pure è un recinto. Ho qui consumato tanti umori e tantissime parole, pure – nell’età che avanza – seguito a traversare altri umori, tuttora cangianti, a cercare parole che dicano, accennino, significhino un cammino”.

 

La cupola

 

Stupefacente macchina

sulla ressa degli angeli e dei santi,

rovesciato ciborio

sulla città mammelluta,

gabbia, mitria, ciborio,

primo traguardo di una mappa intricata.

 

Occhi ovunque a spiare

da finestre e giardini,

occhi intenti in attesa

che s’innalzi e dispaia

dentro i cieli cangianti.

 

Voci-parole nell’immenso frastuono

dicono il giorno e l’ora

di un assai breve restare,

come zampilli di inascoltate fontane

tentano l’aria

dove ancora s’appoggia.

 

(Poesie (1975-1995), Edizioni Empiria, 1997).

 

Cetta Petrollo Pagliarani.

 

“Per alcuni anni ho vissuto a Genova, più a Genova che a Roma dove comunque tornavo tutte le settimane dalla domenica a tutto il lunedì successivo.

Ho amato molto Genova, città che è ancora nel mio cuore e alla quale devo alcune delle mie prose e poesie e, nello stesso momento in cui iniziai ad amare Genova, iniziai ad amare nuovamente Roma, città dove sono nata, figlia di genitori palermitani immigrati alla fine degli anni Venti (mio papà) e alla fine degli anni Trenta (mia mamma).

Ogni volta che col treno tornavo da quella città serissima, fredda, ventosa e scorbutica – e proprio per questo da me amata – lasciando una stazione frequentata da facce chiuse e mugugnanti – mi trovavo in una stazione umida, calda, rilassata, portata verso casa da un autista accondiscendente che non aveva mai fretta. Uno che dava l’idea di scansarsi se casomai fosse arrivata una tempesta, un temporale.

Ecco, Roma, finora, l’ho amata perché l’ho riconosciuta, nella differenza con altri luoghi del vivere, accondiscendente, larga e accogliente come una provinciale.

La amerò ancora? Roma purtroppo è anche la sua politica che dilaga da piazza Montecitorio per tutte le nervature della città.

E questa politica è improvvisamente divenuta spinosa, ostile, aggressiva, la mia piazza San Pietro decentrata come il nostro Papa, inascoltato.

I romani non sono mai stati rivoluzionari e, certo non prenderanno posizione ora, anche se fosse richiesto.

Spero solo che ci sia modo di scansare la tempesta collettiva che si sta apparecchiando e che si possa ancora in qualche modo proteggere la nostra latitudine romana”.

 

Io vivo in una città di provincia.

La mia città di provincia

ha musica in tutte le strade.

I suoi guardiani

sono lenti e svagati

anche col mitra in spalla.

I preti predicano senza convinzione.

La chiesa principale

ha deciso di abbassare le luci.

Ci sono carbonare

e matriciane ad ogni angolo

e sembra indifferente

anche il tempio con le colonne

quello che sta proprio in centro

vicino ad una fontana

incastrata in un palazzo

che costruirono dopo

Per sorreggerla.

e anche il tempio

quello con tanti buchi

non se la prende.

Io vivo in una città di provincia

che sta in mezzo ai prati

tagliata a metà dai pellegrini

chiamati turisti.

Io vivo in una larga larga

larghissima.

distesa, condiscendente

città di provincia

che non conosce gastrite

e ha tutto il tempo che serve

 

(Pubblicata in Poeti e poesia, n.44, agosto 2018)

 

[1]G. Blanco, “Leonardo Sinisgalli e la poetica della dicotomia esistenziale”, in Metaphorica, n. 1, Gennaio/Giugno 2022, Edizioni Efesto, Roma, in corso di stampa.

[2]G. Blanco, “Roma poesia eterna”, su Leggere Tutti n.143, Gennaio/Febbraio 2021.

[3]Di Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Attilio Bertolucci, Valentino Zeichen e altri poeti del Novecento parlo anche su https://liguria.today

[4]Alcune notizie sono tratte da “Via degli angeli” di Angela Bubba e Giorgio Ghiotti, Bompiani 2016.

[5]G. Blanco, “Intervista a Dacia Maraini”, su Leggere Tutti n.143, Gennaio/Febbraio 2021.

[6]Dacia Maraini, “Caro Pier Paolo”, Neri Pozza 2022.

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Info Gisella Blanco

Gisella Blanco è nata a Palermo nel 1984 e vive a Roma da diversi anni. Ha iniziato a scrivere poesia da bambina e ha conseguito diversi premi letterari. E’ laureata in legge, si occupa di divulgazione letteraria poetica, collabora con blog, riviste cartacee e giornali per i quali scrive note critiche, recensioni, articoli, interviste e saggi. E’ vicedirettrice della rivista on line Le città delle donne, scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia, per Laboratori Poesia. Conduce dirette, programmi e iniziative culturali fruibili su YouTube e sui principali social.

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