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Poesia di Celan
Cover magazine Suite Romana Scottadito

Il debito e il dono: la lingua in cammino

Roberto Carifi scrisse la quarta di copertina per il mio primo romanzo. Credo che gliene sarò sempre grato. Questo numero di Scottadito, anche se è più toscano che romano, è un omaggio al poeta Carifi. Alla sua sensibilità e alla sua resistenza al male. È con grande piacere, quindi, che faccio dono ai lettori di Liguria.Today di questo testo che mi donò Roberto Carifi.

La poesia di Paul Celan possiede i tratti dell’erratismo, dell’appello condotto fino all’estremo, del movimento in cui si rinnova il paradosso della speranza quando la salvezza appare più lontana.

L’essenza ebraica della poesia celaniana riafferma costantemente che abitare il linguaggio significhi radicarsi nella domanda, dimorare in prossimità della lontananza, fare l’esperienza infelice della frattura ma al tempo stesso quella di una domanda che mai si esaurisce.

In questo l’ebraismo si differenzia dal cristianesimo, nella forma di un pensiero che privilegia la speranza rispetto alla salvezza. Quando la salvezza viene meno, nell’improvviso e insopportabile silenzio di Dio, l’interrogazione continua a crescere. L’ebreo gioca nelle rovine la scommessa di una dimora e l’ebraismo è metafora di una domanda indomabile, della parola che si ripete dopo la notte di Auschwitz, al culmine della sua polverizzazione.

Se l’ebraismo deve avere per noi un senso, questo consisterà appunto nel mostrarci che in qualsiasi momento bisogna essere pronti a essere in cammino”, ha scritto Blanchot evidenziando l’appello al movimento, la disponibilità all’esodo che oppone alla violenza del radicamento la passività del nomade che solo muovendosi verso l’altro dà un senso all’umano abitare.

In questo luogo paradossale tra esilio e dimora, si radica la parola in cammino di Celan, parola del dialogo che vuole comunque comunicare, continuare a parlare dopo la cenere, nonostante la cenere, e partire da essa

Come anche in Blanchot e in Lévinas scrittura e linguaggio si articolano a un disastro, a una distruzione che non consente di pensare l’essere se non come scarto, residuo, cenere appunto.

C’è della cenere da qualche parte nel pensiero, nella parola, resto incancellabile che nonostante tutto si dona, nonostante la voce che dicendola si distrugge. La cenere è la, in un luogo che non è più qui, in cui non sarà più possibile radicarsi, che anzi dichiara la sradicatezza estrema, e tuttavia indica che è ancora possibile inviarsi, mettersi in cammino verso un luogo occupabile nonostante la dispersione di tutti i luoghi.

Da questo margine parla la poesia di Celan, parla nel rischio del silenzio definitivo e tuttavia lo fa a dispetto dell’orrore, nella sfida di parlare ai limiti del dicibile, di parlare e ammutolire, rischiare il silenzio per dire il paradosso di una parola incenerita, di una parola divenuta anch’essa cadavere, corpo bruciato.

Lallen und lallen, balbettare e balbettare purché lo “stento lucore” della parola non si spenga del tutto, scenda nella notte e non rinunci tuttavia a risplendere: “Venne, venne. / Venne una parola, venne, / venne attraverso la notte, / voleva luccicare, luccicare”.

L’intera opera di Celan è questo assaggio attraverso il pericolo dell’estremo ammutolire, esperienza di una lingua chiamata a raccontare un evento che non si può raccontare, un evento che non lo è, che avviene senza avvenire, che accade per portare alla luce la sospensione di senso in cui diventa impossibile qualunque accadere.

Auschwitz è accaduto, tragicamente reale, ma accadendo ha dato senso alla cenere, al disastro che annienta l’evento dell’essere, che fa essere il niente dopo la cenere.

Sopravvissuta alla morte prima ancora che alla vita, la parola di Celan è una sfida all’indicibile, all’evento innominabile dell’assurdo che ha condannato quest’epoca a riconoscere l’assurdità di ogni evento.

Parola che striscia, che tocca terra come la fronte del “Musulmano”, il prigioniero che nel campo è più vicino alla morte, forse perfino al di là di essa. Parola che cerca un orientamento, una direzione (Richtung), la “volta di respiro” da cui iniziare di nuovo a parlare nonostante il buio, nonostante la cenere. Una lingua tenuta in vita da un’apertura che la rinnova e le conferisce un orientamento, “come se la distruzione di sé avesse già avuto luogo perché altri possa esserne preservato o perché sia serbato un segno portato attraverso l’oscurità”.

Costretto a parlare nella lingua degli aguzzini, nell’idioma più familiare rovesciatosi nell’orribile diktat dei “maestri di sterminio” Celan ha conosciuto l’abisso di una parola prossima al silenzio, ma nell’oscura minaccia rappresentata dalla “maestà dell’assurdo”, i suoi frammenti “rischiano all’improvviso, anche dopo che tutto è ormai sprofondato nell’oscurità”.

Se è vero, come ha scritto Jabès, che in ogni nome si annida la cifra disperata di Auschwitz (“Dans tout nom, il y a un nom dérangeant: Auschwitz”), l’antefatto che espone all’innominabile ogni dominazione e sospende alla radicalità del male l’essenza etica del linguaggio, Celan ha convertito l’esilio e il deserto nella scommessa di un passo ulteriore, nell’azzardo di un cammino da percorrere insieme proprio quando l’io non può più dichiararsi e il tu è ancora un’alterità sconosciuta.

Dove regna la sovranità del nulla, ha osservato Blanchot, diviene urgente dichiarare che nulla è perduto, attraversare il deserto dove “resta pur sempre, per ripararsi, una parola libera che si può vedere, ascoltare: essere insieme”.

La direzione poetica, da Celan indicata nel Discorso di Brema come movimento verso un luogo ancora occupabile, “forse un ‘tu’ a cui possa rivolgersi la parola”, rappresenta la speranza in una lingua non smarrita, nel cuore del nulla che l’avvelena, la pazienza di chi trattiene il respiro per parlare ancora.

Cristallo di fiato (Atemkristall) la parola poetica attraversa il deserto, va “dall’oscuro all’oscuro” nella libertà che contende il primato al “Meister aus Deutschland”, al maestro tedesco sulle cui labbra ogni lingua diviene la muta risonanza del nulla.

Celan afferma che non c’è differenza “tra una stretta di mano e una poesia”, che essa è linguaggio creaturale, movimento verso un altro che potrà sempre venire incontrato e accolto nella sua stranianza.

Se è giusto affermare che questo è il versante ebraico della poesia di Celan, il movimento senza ritorno che secondo Lévinas giustifica l’appartenenza al luogo nel suo sradicarsi verso un’alterità, è altrettanto vero che il tu interpellato ai limiti di una negatività dove ogni chiamata rischia di cancellarsi rappresenta il destino stesso della poesia, del linguaggio che più radicalmente si espone.

La sfida paradossale che Celan ha portato nell’essenza profonda del testo poetico consiste nella speranza “mantenuta nella negatività radicale di cui la poesia ci parla”, speranza “volta al singolare ma aperta verso un ‘tu’ carnale e vivente, che l’appassionato lettore di Kropotkin e Gustav Landauer poteva ancora declinare al ‘noi’”.

La natura direzionale e creaturale della poesia celaniana, alla ricerca di un luogo che non può più darsi nella norma fondante del patrio romantico ma sempre come luogo di un’ulteriore apertura, di una possibilità tentata nonostante l’impossibile conciliazione tra tempo e lingua, costituisce il grande lascito di Celan nell’epoca più di ogni altra minacciata dall’assenza di formamenti.

Nel suo paradossale cammino la poesia di Celan si rovescia “nel rinvio ad una lingua inesistente. Una lingua che non appartiene ad un luogo segnato sulla carta geografica, quanto a ciò che attraversa i luoghi, in un percorso circolare che è spaziale e temporale insieme”.

Dunque una lingua dell’altro interrogata e al tempo stesso ascoltata nell’apertura del varco dove una debole luce resiste e si afferma nella notte del mondo: “la fine fa credibile/ il nostro inizio, / dinanzi ai maestri / che ci avvolgono / nel loro silenzio, / nell’indifferenziato si afferma / lo stento / lucore”.

Questo è soprattutto la poesia di Celan, un “unico, breve istante”, l’ora senza sorelle pericolosamente vicina al mutismo finale in cui tuttavia è possibile concepire “l’atto di libertà”, lo Schritt, il passo che va ancora verso l’altro, verso il ‘tu’, verso qualcosa di acquisibile e di aperto al dialogo.

Messaggio in bottiglia, stretta di mano, la poesia celaniana è la via creaturale che nella pausa di respiro “si trattiene o sta in attesa”, si rende libera per l’altro. Perciò parla a nessuno, anche se non potremmo sostenere che non parli a nessuno. “S’adresser à personne, ce n’est exactement ne s’adresser à personne”, ha osservato Derrida.

La poesia si rivolge a nessuno perché parla a un tu incontrato alle soglie del silenzio, interpellato ai confini di una negatività dove ogni appello potrebbe cancellarsi.

Ma nel momento in cui l’uomo è tolto da ogni sicurezza, esposto nel modo più inquietante, proprio in quel momento si trova restituito alla propria nudità e insieme restituito alla capacità di mettersi di nuovo in cammino verso la realtà. Il poeta, dice Celan, è “ferito dalla realtà” e alla “ricerca della realtà”.

Essa lo ferisce ma il poeta non rinuncia a cercarla nel nulla che tiene stretti insieme l’inizio e la fine, in un termine in cui una per quanto raffreddata e intirizzita luce può dare testimonianza a se stessa.

Ha scritto Jabès che dentro la lingua di Celan “c’è l’eco mai spenta di un’altra lingua. Costeggiando prima di varcarla ad una certa ora del giorno la frontiera dell’ombra e della luce la parola di Paul Celan si anima e si afferma ai margini di due lingue dello stesso valore, quella della rinuncia e quella della speranza, lingua di povertà e lingua di ricchezza”. Da un lato la luce, dall’altro l’oscurità.

C’è nella poesia di Celan una lingua della rinuncia e una lingua della speranza, una lingua della disperazione aperta alla speranza, alla possibilità di unterwegsein, di mettersi di nuovo in cammino alla ricerca di una comune “terra del cuore”, una terra “qui ne doit rien à la première occupation; terre natale qui ne doit rien à la naissance”.

L’abitare che trova nel movimento verso l’altro il suo fondamento è per essenza ebraico, ha scritto Lévinas riferendosi alla poesia di Celan, e delinea la possibilità di una relazione etica tra soggetti. Ancora Lévinas, trattando della relazione tra l’ospite e colui che lo accoglie, sostiene che colui che viene accolto è ricevuto da qualcuno che è già ospite presso di sé, che ha ricevuto ospitalità nella sua casa.

Così commenta Derrida: “D’autre part, nous serions ainsi rappelés à cette implacabile loi de l’hospitalité: l’hôte qui reçuit (host), colui qui acueille l’hôte invité ou reçu (guest), l’hôte accueillant qui se croit propriétaire des lieux, c’est en verité un hôte reçu dans sa propre maison».

Abitare è dunque lasciarsi accogliere dentro un asilo che non è meno un esilio, una erranza, un cammino.

La poesia di Celan invita a pensare la comunità nei termini di una solidarietà tra profughi, tra ugualmente accolti, tra abitanti di una dimora che è “d’ores et déja, hospitalière à son propriétaire”(13).

Solidarietà che è anche separazione, abbandono, comunità di coloro che amano separarsi o semplicemente amano poiché non c’è amore che non porti dentro di sé lo strappo dell’addio.

Soltanto così può darsi dialogo, con lo straniero che viene verso di noi e con lo straniero che è in noi, che accogliamo dentro di noi perché già ne venimmo accolti.

 

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Info Roberto Baghino

Scrittore e organizzatore di eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni Il sipario di Maissa(2004), Virginia (2006), Atti lunici(2008), Storie di cani (2019). Tra i testi teatrali rappresentati Il sesso di Igor (2007), Puntura (2008). Con Davide Barabino ha realizzato i cortometraggi Scheria(2008), Ecco (2008). Fondatore e redattore della rivista cultura Il Cormorano dal 2000 al 2006.

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