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El Quetzal

El Quetzal: il calciatore venuto da lontano (quarta parte)

Vede il señor dirigersi verso il portellone di sbarco, e, recuperato il suo zainetto, lo segue, ma lo vede fermarsi perplesso sulla soglia, guardando giù. Si avvicina, guarda, e vede che non c’è nessuna scala che li possa far scendere a terra. Il señor lancia un paio di imprecazioni, poi, scrollando le spalle, si dirige verso la cabina del pilota.

Non sapendo che fare, Rodrigo decide di seguirlo, ma a debita distanza. Non vorrebbe mai doversi trovare a litigare con un così abile conducente per colpa di questo borracho. Il quale entra nella cabina, si guarda intorno, poi si dirige deciso sulla destra.
Rodrigo esita un poco, poi, vedendo da un oblò il señor che si allontana a piedi lungo la pista, decide di entrare anche lui, e sulla destra vede un portellone aperto, con uno scivolo.
“Che strano modo di sbarcare… sarà un’usanza tipo Disneyland, o uno scherzetto del pilota”
Ma ci vuole altro a spaventarlo, anzi, l’idea dello scivolo lo diverte. Per cui si lascia andare ed in pochi secondi anche lui cammina sulla pista verso quella grande costruzione che vede laggiù. “Non si vede un cane qui, chissà dove sono finiti tutti. Strano che in una città come la Capitale il servizio sia anche peggiore che nelle nostre stazioni delle corriere.”

Fa caldo, ma per uno come lui, abituato a ben altro fuoco celeste, è uno scherzo arrivare alla costruzione, che poi è come una stazione, solo che infinitamente più grande… e deserta.
All’interno banchi aperti, noleggio auto aperti anche se vuoti, bar aperti e altrettanto vuoti. Insomma, un deserto nella cattedrale. Comincia ad avvertire un poco di inquietudine, ma andando avanti, verso l’uscita, vede oltre i vetri un uomo appoggiato come in attesa sul cofano di un’automobile.
“Eccolo, dev’essere quello”.
Esce, gli va incontro, lo saluta con educazione, poi gli chiede se sia lui l’autista della società. Quello gli chiede che società, e lui dice il nome. L’altro risponde di no, anche se la conosce e ne è tifoso accanito. Gli chiede perché cerchi l’autista di quella società e lui gli dice che deve presentarsi presso il centro sportivo dove giocherà nelle giovanili.
Il tipo si illumina per un attimo, lo guarda con gioia, poi lo sguardo gli si spegne di nuovo.
“Proprio adesso, mannaggia, che sfiga. Va bè, non sia mai che lascio qui un giocatore della mia squadra del cuore. Vieni, ti porto al centro sportivo”

Rodrigo non ci capisce granché, ma sale sull’auto, e guarda di nuovo scorrere ai suoi lati immagini che sono diverse anche da quanto si era immaginato. Prima schiere interminabili di palazzi enormi, dalle forme diverse da quelli che conosce, poi cambia l’asfalto, cambiano anche i paesaggi, e vede costruzioni, evidentemente molto vecchie, si direbbe parecchi secoli, mezzo distrutte. Il tutto, senza vedere una sola persona. Il viaggio non dura moltissimo.

Non per lui, abituato a spostamenti di mezze giornate, o giornate intere. Poi l’auto si ferma davanti ad una costruzione dietro la quale si vedono alberi ben curati, e si intravedono ambienti di chiaro uso sportivo. L’uomo gli dice che è arrivato, e gli chiede se ci sia qualcuno ad aspettarlo, gli dispiacerebbe lasciarlo lì da solo. Lui lo rassicura, è atteso, non si preoccupi di nulla. Così scende, e l’auto se ne va, col tipo che lo saluta con un “Daje!”

Ma si pente quasi subito dell’eccesso di fiducia, perché si ritrova completamente solo. Sembra di rivivere l’attraversamento dell’aeroporto. Atrio vuoto, sale, salette deserte. Esce, entra da un’altra parte, spogliatoi deserti, palestre vuote. Finalmente arriva sul campo di allenamento, quello che sta sognando da non si sa più quante notti. Solo lui, le porte e le bandierine del calcio d’angolo. Giusto un poco di brezza che le muove.
“Magari è presto. Quasi che vado a cambiarmi, così mi faccio trovare pronto quando arrivano”.

Entra in uno spogliatoio che trova spalancato, deserto e vuoto: solo stipetti e panche. Apre lo zainetto, lasciando da parte la valigia. Nello zainetto ha maglietta della sua squadra d’origine, pantaloncini e scarpette. Poi quando arrivano mi daranno la maglia giusta. Ora gioco qui. Mentre esce, nota con la coda dell’occhio un pallone abbandonato in un angolo. Lo prendo, due palleggi per scaldarmi.
Sul campo è di nuovo e sempre solo. Inizia qualche giro di corsetta, portando avanti la palla, come gli aveva insegnato il Mister. Poi, dopo molti giri, inizia a palleggiare, poi dopo ancora altri minuti, rivolge qualche tiro in porta.

Ad un tratto, dopo almeno un’ora che sta lì da solo senza sapere che altro fare, sente molte voci di ragazzini che si avvicinano velocemente. Si volta verso l’ingresso e vede una schiera di non meno di una ventina di loro che corre entusiasticamente nella sua direzione. Sono tutti vestiti in tenuta sportiva, o quasi. Alcuno hanno la maglia ufficiale, o giù di lì, della squadra.
“Che siano dei tifosi venuti a salutarmi? Possibile che il señor Talent mi abbia organizzato una accoglienza simile? E se mi chiedono perché mi chiamano El Quetzal che gli racconto? Non è nemmeno vero, o almeno non mi risulta… qualcosa inventerò”.

Ma i nuovi arrivati non lo degnano di uno sguardo. Hanno già tre o quattro palloni e con quelli cominciano a scorrazzare per il campo, dribblandosi, tirando dall’uno all’altro o verso qualche porta.
Dopo una decina di minuti, sente uno di loro gridare
“Aoh, mò’ bbasta. Famo le squadre…”
Di colpo si radunano tutti a centrocampo. Rodrigo si avvicina, ormai convinto del fatto che siano i suoi nuovi compagni di squadra. Due di loro dopo un breve pari o dispari iniziano a scegliere chi mettere nella propria formazione. Arrivati alla fine, si accorgono di essere in numero dispari.
“E mò’ come famo?”
Si guardano intorno, e, per la prima volta, notano Rodrigo.
“Dì, che fai, giochi?”
Lui fa segno di sì, e la partita inizia. Il suo capitano gli ha chiesto dove gioca di solito, lui ha detto regista. Quello lo ha un poco guardato, pensando, poi ha detto
“No, er regista lo fa er secco, te sei centrale”.
E lui si adegua, come sempre.
In un momento in cui il gioco è lontano, cerca di attaccare discorso con l’altro centrale, e con il portiere.
“Ma il Mister non arriva? Si vede mai il Presidente?”
“Mister? Presidente? Qua non ci sta più bisogno, qua famo da noantri. Mò’ comandamo noi, a coso…”

Avrebbe voluto chiedere a chi rivolgersi per farsi dare i soldi, non tanto tutti quelli promessi, no, .. almeno quelli necessari a far venire lì anche la sua famiglia…
Ma gli sembrava molto, come dire, … perlomeno… fuori luogo, appena arrivato, già andare a batter cassa.

E poi, l’allenamento sembrava, anzi, era, molto più che divertente, e lui non era mai riuscito a resistere alla tentazione di un pallone che gira di piede in piede alla ricerca della meta finale…

 

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Info Stefano Alias

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Stefano Alias, origine sarda, vive da molto tempo a Genova. Operaio nella vita si è occupato di musica nel circuito indipendente come suonatore, fonico e organizzatore di concerti.

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