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Lydia Sansoni

Lydia Sansoni alla Casa Internazionale delle Donne

A Roma c’è un luogo speciale dedicato alle donne, un luogo simbolo della storia politica e sociale della città che ha avuto diverse vite e alcune interruzioni, ma che resiste da molti decenni sempre alimentato da nuova linfa che rinnova negli anni i motivi della propria esistenza.

È la Casa Internazionale delle Donne, che, dopo cinque anni di occupazione, nel 1992 ha ‘definitivamente’ acquisito un indirizzo (dopo lo storico palazzo occupato a Via del Governo Vecchio) nel seicentesco convento e poi riformatorio femminile del Buon Pastore a via della Lungara 19, e che nonostante diverse vicissitudini è ancora lì, sostenuto dalla volontà e tenacia delle attiviste.

Lo spazio è molto bello e, oltre a disporre di vari ambienti adibiti ad importanti attività culturali e sociali, ha la biblioteca “Archivia” dedicata alla cultura di genere. Un grande giardino con il bar e il ristorante rendono il luogo particolarmente accogliente.

Oltre ad aver ospitato negli anni l’Università delle Donne, sono organizzati corsi tenuti da studiose di varie discipline che hanno resistito anche in tempi di pandemia.

Tra le attività più significative ci sono poi quelle dedicate ai diritti, alla salute fisica e psicologica, con particolare attenzione alla maternità, e lo sportello per aiutare le donne che soffrono la violenza di genere. Tutti temi acquisiti e trattati attraverso le lotte iniziate negli anni Settanta.

Anni cruciali che vedono l’inizio di tutto: i collettivi femministi, le manifestazioni, la partecipazione attiva alle battaglie per i diritti civili così difficili da raggiungere in Italia, dal divorzio all’aborto. Anni concitati, estremamente vitali e sconvolgenti con tutto il loro carico di disperazione ma anche di senso ludico e liberatorio.

La Casa è da allora un presidio che strenuamente difende valori che purtroppo sono solo in apparenza stati acquisiti dalla politica e dalla società.

Negli anni Settanta anche l’arte si è aperta con maggiore consapevolezza al femminile. Un processo iniziato nel decennio precedente ha portato anche in Italia – sulla scorta di conquiste che in America erano di più facile raggiungimento – alla creazione di spazi in cui le donne potessero finalmente trovare l’occasione di esprimere la propria creatività.

Artiste in solitaria o riunite in collettivi iniziano a lavorare in quegli anni e a esporre in mostre.

Si inizia a ragionare anche su mostre di sole donne. Basti pensare alla seminale mostra milanese organizzata da Mirella Bentivoglio nel 1972 al Centro Tool, e poi alla imprescindibile mostra con ottanta artiste provenienti da tutto il mondo organizzata sempre dalla Bentivoglio nell’ambito della Biennale di Venezia del 1979, intitolata “Materializzazione del linguaggio”.

È infatti proprio nell’ambito verbo visivo – con tutte le coniugazioni che da Genova a Firenze, da Napoli a Roma si vengono a proporre da parte di numerosi artisti (e letterati) -, le artiste donne trovano una modalità espressiva particolarmente congeniale che permette loro di usare la parola associata all’immagine consumata di riviste e giornali per disarticolare una narrazione del femminile che viveva indisturbata.

Oltre alle immagini fotografiche queste artiste si sono avvalse di oggetti di uso quotidiano, spesso trovati e riutilizzati nelle loro opere.

 

Lydia Sansoni, “All’ombra dei grandi”, 1974, assemblage 50x88x10 cm

Negli anni successivi si è creato un ampio dibattito su quanto il femminismo abbia influenzato l’arte di quel prolifico momento e se sia veramente esistita un’arte femminista.

Sono state in verità rare le artiste che si sono definite tali e molte invece quelle che hanno accolto le istanze liberatorie del movimento ma prendendo le distanze da definizioni univoche come la stessa Bentivoglio, Tomaso Binga, Susanna Santoro e tante altre.

Tra le artiste che si sono identificate con il movimento femminista troviamo Lydia Sansoni (Venezia 1930), illustratrice di libri e riviste e assemblatrice di oggetti inseriti in scatole dalle pareti di legno grezzo.

In un ambiente affacciato sul giardino della Casa delle donne, a cura di Raffaella Perna e con il supporto di “Archivia”, dal 5 al 19 marzo si è svolta una interessante mostra a lei dedicata, “L’oggetto femminista. L’arte di Lydia Sansoni negli anni Settanta.

 

Copertina di Effe dedicata alla mostra su Lydia Sansoni

In maniera ironica e poetica Lydia Sansoni ha rappresentato in quel decennio diversi aspetti del ruolo della donna così come iniziava ad emergere.

Il grande tema del privato che diventa politico nel momento della condivisione e della sua rappresentazione, in cui il corpo femminile è il soggetto privilegiato.

La donna-pupazzo che assomiglia tanto alle pigotte (bambole di pezza di tradizione lombarda), vestita e svestita, osservata e occultata attraverso filtri che possono essere veli o setacci per la farina è sempre accompagnata da oggetti di uso casalingo o di altro tipo a seconda del contesto, ma diventa oggetto essa stessa.

Il ruolo della donna nell’immaginario borghese è rappresentato in un accumulo di riferimenti visivi e oggettuali.

Con la semplicità di immagini infantili, oggetti e oggettificazioni mettono a nudo la stratificazione discriminatoria dei ruoli assegnati alla donna come fantasia del desiderio maschile ma anche angelo del focolare.

Temi come l’aborto, la maternità e il ruolo nella società sono denunciati con l’immediatezza dei giochi per bambine.

 

Lydia Sansoni, “Angelo del focolare”, 1975, assemblage 88x51x10 cm

 

In mostra sono state presentate anche grafiche che testimoniano la sua attività di femminista radicale con la sua collaborazione alla storica rivista “Effe”.

Tutto il suo lavoro è squisitamente politico, volutamente antiretorico e anti-monumentale.

L’apparente ingenuità e semplice manualità rivela un sottile approccio tagliente a temi particolarmente sentiti negli anni delle lotte femministe (e ancora attuali).

La curatrice ha messo puntualmente in riferimento le scatole di Lydia Sansoni con quelle di Joseph Cornell, il grande artista americano che ha creato il suo fantastico mondo immaginario assemblando immagini e oggetti per il fratello autistico.

Ma a differenza della raffinata sublimazione dell’artista americano, Sansoni, utilizzando un linguaggio fiabesco, ci mette di fronte a crude realtà relative alla condizione della donna.

Ancora oggi il linguaggio dell’infanzia, così semplice e diretto arriva con forza a colpire il nostro sguardo anche se sicuramente più affollato di immagini rispetto a cinquanta anni fa, e induce a pensare che il tempo è sì passato ma i temi restano anche se più sfumati e forse per questo più insidiosi.

 

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Info Ada De Pirro

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Ada De Pirro è dottore di ricerca in Strumenti e metodi per la Storia dell’arte presso Sapienza Università di Roma. Si occupa principalmente di arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, in particolare dell'ambito verbovisivo e del libro d'artista, spesso coniugato al femminile.

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