prime raccolte Giorgio Caproni
Giorgio Caproni

Giorgio Caproni: le prime raccolte. La giovinezza e il gusto quasi fisico della vita

 

   Sui prati liberi di primavera

sudano puledri sfrenati

in folli rincorse.

Il cielo a quest’ora scotta

come la gota d’un bimbo

che ha la febbre.  

 

   Di cose labili appare

la terra: di voci e di calde

folate.

Bruciano, così giocondi

roghi, i colori dei giochi

infantili.

 

Foto di Patrizia Traverso

 

Giorgio Caproni, in un’intervista relativa alle sue prime composizioni poetiche, disse: “All’origine dei miei versi […] direi che c’è la giovinezza e il gusto quasi fisico della vita, ombreggiato da un vivo senso della labilità delle cose, della loro fuggevolezza: coup de cloche, come dicono i francesi, o continuo avvertimento della presenza, in tutto, della morte.”

Il cammino di conoscenza effettuato da Caproni durante la sua vita, si può dire, infatti, che cominci dal di fuori, dal mondo esterno, per poi lentamente addentrarsi nel mondo interno del proprio Io, ovvero il suo mondo psichico.

Ciò che colpisce sin dall’inizio è il carattere totalitario delle escursioni caproniane: il suo non è un semplice contatto con il mondo fisico, ma una totale immersione e percezione di quella realtà che noi siamo solo abituati ad osservare. Caproni nelle sue poesie non descrive semplici paesaggi, ma dà loro una vita, un’anima, una storia da raccontare.

“Come un’allegoria”.

Vediamo, per esempio, Spiaggia di sera, dalla raccolta Come un’allegoria, dedicata “All’umiltà sorridente / della mia piccola OLGA FRANZONI, / amata e disperatamente / perduta, / queste “sue” umili cose”.

 

 

Così sbiadito a quest’ora

lo sguardo del mare,

che pare negli occhi

(macchie d’indaco appena

celesti)

del bagnino che tira in secco

le barche.

Come una randa cade

l’ultimo lembo di sole.

 

Di tante risa di donne,

un pigro schiumare

bianco sull’alghe, e un fresco

vento che sala il viso

rimane.

L’accostare al mare sostantivi ed aggettivi solitamente riferiti a persone fa sì che il mare caproniano abbia vita autonoma e permette al lettore di utilizzarlo quale strumento di indagine interiore.

Il mare diventa così qualcosa di “vero” da un punto di vista mentale e ci offre sensazioni e pensieri che spetta poi a noi decodificare ed interpretare.

Diventa il secondo avversario del duello che quotidianamente noi conduciamo con quanto è posto al di fuori (o dentro?) di noi.

La natura vive nelle poesie di Caproni, è un insieme di immagini fortemente espressive: “Dopo la pioggia la terra / è un frutto appena sbucciato. […]”, Marzo; “Una cosa scipita, / col suo sapore di prati / bagnati, […]”, Alba; “A quest’ora il sangue / del giorno infiamma ancora / la gota del prato, […]”, Vento di prima estate; “[…] Il cielo a quest’ora scotta / come la gota d’un bimbo / che ha la febbre. […]”, Sera di maremma.

È questa singolare generosità poetica a rendere ogni scritto di Caproni una rappresentazione “viva”: “il fresco vento che sala il viso rimane” (Spiaggia di sera), ad esempio, traduce un semplice accadimento esterno in un evento più interiore.

Ed è proprio questo l’unico modo che abbiamo per bloccare momentaneamente l’incessante svanire delle percezioni del mondo esterno: percezioni talmente fuggevoli da sembrare “illusioni” del cuore.

C’è il continuo avvertimento della presenza, in tutto, della morte.

Presenza resa meno cruda e triste dalla capacità dell’uomo di vivere un colore, un sapore, un suono, un’alba, un tramonto, pur avvertendo in ciascuno di questi gioiosi eventi l’ineluttabilità del proprio destino e la fuggevolezza delle cose esterne, terrene.

Concetti che troviamo chiaramente espressi in versi come questi: “[…] Di cose labili appare / la terra: di voci e di calde / folate./ Bruciano, così giocondi / roghi, i colori dei giochi / infantili.”, Sera di Maremma; “[…] (Voci e canzoni cancella / la brezza: fra poco il fuoco / si spenge. Ma io sento ancora / fresco sulla mia pelle il vento / d’una fanciulla passatami a fianco / di corsa).”, San Giovambattista.

Nella prima poesia pubblicata da Caproni in rivista, Prima luce:

 

   Lattiginosa d’alba

nasce sulle colline,

balbettanti parole ancora

infantili, la prima luce.

 

   La terra, con la sua faccia

madida di sudore,

apre assonnati occhi d’acqua

alla notte che sbianca.

   

   (Gli uccelli sono sempre i primi pensieri del mondo).

 

notiamo la quotidiana alternanza giorno / notte leggibile anche come il sopraggiungere della vecchiaia dopo l’adolescenza e la maturità della vita. La costanza di questa altalena naturale è quasi un conforto per l’uomo che ogni giorno riesce a trovare qualcosa di stabile, un accadimento ineliminabile e da lui non tangibile di modifica alcuna.

Caproni, però, sa bene che l’istintuale felicità della percezione del mondo esterno è indissolubilmente legata alla fuggevolezza dell’emozione e che, in tutte le gioiose mattine, sere, albe e tramonti, l’uomo è comunque, alla fine, irrimediabilmente solo.

L’uomo è condannato ad una sua intima solitudine che sembra ammorbidirsi leggermente solo nel momento in cui riesce a calarsi profondamente nel mondo percepito a livello dei sensi e a vivere, così, forti emozioni che sembrano riscattarlo dalla sua nullità quotidiana.

L’avventura sensoriale di Caproni è una strada alternativa da intraprendere al posto di strade più buie, dure e dolorose: egli sa, però, che una volta iniziato un cammino o ci si arresta o si prosegue e, proseguendo, Caproni oltrepasserà le piacevoli, seppure effimere, percezioni sensoriali per andare incontro al vento, ai dolorosi ricordi, alla guerra, al buio, alla solitudine, al muro…

“Ballo a Fontanigorda” e “Finzioni”.

La percezione sensoriale ed immediata del mondo esterno si ritrova anche nella seconda raccolta Ballo a Fontanigorda anche se Caproni sembra qui soffermarsi più a lungo su colori, odori e sapori che conservano e trasportano sensazioni altrimenti vissute e già perdute: “Questo odore marino / che mi rammenta tanto / i tuoi capelli […]”, “[…] Sul petto ho ancora il sale / d’ostrica del primo mattino […]”, Questo odore marino; “Mentre per la pastura / si sparge l’amaro aroma / d’una sera silvana […]”, Ballo a Fontanigorda; “Sul verderame rugoso  / del mare, la procellaria / esclama con brevi grida / la burrasca lontana.[…]”, Triste riva. 

L’ambiente è il mare, simbolo della dinamica della vita: tutto nasce dal mare e tutto vi ritorna, è il luogo delle nascite, delle trasformazioni e delle rinascite.

Acqua in continuo movimento il mare rappresenta simbolicamente uno stato transitorio tra le possibilità ancora da realizzare e le realtà già realizzate. In queste poesie abbiamo lo scontro con la dolorosa realtà della morte della fidanzata Olga (Ad Olga Franzoni è il motivo che chiude la raccolta), ma anche l’incontro con il nuovo amore per Rina, carico di speranze e promesse.

Foto di Patrizia Traverso

 

Il tempo è quello della giovinezza, dell’acqua in continuo movimento: “[…] Bruciano alla bramosia / segreta, le carnagioni / giovani. […]”, Ballo a Fontanigorda; “[…] i canti delle giovinette […]”, Alla giovinezza; “[…] giovanili voci […]”, Alle mondine; “[…] giovanili clamori […]”, “[…] le giovinette passano […]” Sempre così puntuale

È il tempo in cui si esce per andare incontro al mondo ed indagarlo con i propri sensi.

In questo susseguirsi di odori, sapori, colori e suoni, si insinua già, però, il sentimento della precarietà di ogni cosa umana: in A una giovane sposa il poeta esprime la propria angoscia per la provvisorietà delle cose che pur sembrano fisicamente durature (“il petto gonfio di latte”, “la fiera iride”) e vorrebbe “[…] almeno un’ora / solo la tua fiorita / carne credere pietra / ferma […]” in grado di opporsi al “lampo / rapido” del tempo che inesorabile ruba il nostro effimero presente e ci restituisce gli eventi sotto forma di nostalgici ricordi. 

Il ricordo è un tema ricorrente della poesia caproniana. Ripercorrere un evento mediante i versi di una poesia permette quasi di rivivere le percezioni sensoriali che lo avevano caratterizzato, anche se il tempo della memoria, così come il tempo reale, durano e passano nello spazio di un lampo, di un istante.

La poesia sembra, però, poter conservare e proteggere un’emozione dall’usura del tempo: in Finzioni (uscito a Roma presso l’Istituto Grafico Tiberino di De Luca nel Febbraio del 1941 per i buoni uffici dell’amico Bigiaretti) ritorna la figura di Olga nostalgicamente rievocata (“Non più la dolce voce / del tuo canto di sera / dona la tua figura / all’aria […]”, Mentre senza un saluto), il triste passato che va ad intrecciarsi con il gioioso presente di Rina (“Come dev’esser dolce / della tua carnagione / il fiore, alle prim’ore / d’alba colto in stagione / chiara […]”, Senza titolo).

Nucleo centrale della raccolta è l’incontro – scontro con la finzione, con la necessità e la convenzione del travestimento:

“Cara, con poca cipria / e minio, che bella festa / inventi sopra il tuo viso / giovane! […]”, Finzioni; tema ripreso poco dopo nella prima sezione di Cronistoria, E lo spazio era un fuoco…: “Il mare brucia le maschere, / le incendia il fuoco del sale. / Uomini pieni di maschere / avvampano sul litorale. / Tu sola potrai resistere / nel rogo del Carnevale. / Tu sola che senza maschere / nascondi l’arte di esistere.”, Il mare brucia le maschere,  quasi fosse necessario ed indispensabile mascherarsi, nel senso anche di proteggersi, per andare avanti ad affrontare l’immediato futuro che sembra promettere solo momenti dolorosi e bui:

“[…] anni veramente neri, che a rotta di collo corrono verso la guerra e la catastrofe, che a chiunque ebbe la disgrazia di possedere una qualche sensibilità, avvelenarono il meglio della giovinezza per la quasi allucinata chiaroveggenza con cui nel sangue era presentita – giorno per giorno, ora per ora, e potrei dire, senza esagerare, ad ogni battito del cuore – l’ineluttabilità della tragedia in agguato.” (Giorgio Caproni, Presentazione a F.Gambetti, Poesie ritrovate, cit.)

Uno speciale grazie a Patrizia Traverso per le foto.

La foto del mare è tratta dal libro Genova ch’è tutto dire – Immagini per Litania di Giorgio Caproni – di Patrizia Traverso e Luigi Surdich, Il Canneto Editore

 

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Info Rosella Schiesaro

Nata a Savona, di origini toscane, Rosella Schiesaro ha svolto per più di vent'anni attività di ufficio stampa e relazioni esterne per televisioni, aziende e privati. Cura per Liguria.Today la rubrica Il diario di Tourette dove affronta argomenti di attualità e realizza interviste sotto un personalissimo punto di vista e con uno stile molto diretto e libero. Da sempre appassionata studiosa di Giorgio Caproni, si è laureata con il massimo dei voti con la tesi “Giorgio Caproni: dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore”. In occasione dei centodieci anni dalla nascita del poeta, ci accompagna In viaggio con Giorgio Caproni alla scoperta delle sue poesie più significative attraverso un percorso di lettura assolutamente inedito e coinvolgente.

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