In Viaggio con Giorgio Caproni
Giorgio Caproni

In viaggio con Giorgio Caproni. Dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore

Siete pronti per un viaggio pieno di poesia?

Preparate i bagagli, si parte!

Oggi cominciamo un affascinante viaggio alla scoperta di Giorgio Caproni, uno dei più importanti poeti del ‘900, nato centodieci anni fa a Livorno il 7 gennaio 1912.

Un viaggio che ci permetterà di conoscere più da vicino un poeta che ha firmato alcune delle più belle poesie del Novecento.

poeta Giorgio Caproni
Giorgio Caproni
Livorno 7 gennaio 1912 – Roma 22 gennaio 1990

Vi ricordate? Era il 2017 quando “Versicoli quasi ecologici” diventò la traccia per la prova di italiano all’esame di maturità e allora furono in molti a chiedersi “Caproni chi?”.

In effetti il poeta livornese non ha conosciuto, in vita, la gloriosa fama di altri suoi colleghi: il suo è stato un percorso lento, un successo, possiamo dire, arrivato senza clamori, ma non per questo meno importante.

Giorgio Caproni, non tutti lo sanno, è stato anche un maestro elementare amatissimo ed illuminato.

Gli scolari erano il centro del suo mondo e le lezioni prendevano spesso spunto da un evento quotidiano come ad esempio la pioggia, un fulmine, un fiore. Gli allievi lo ascoltavano ammirati seduti tutti in cerchio, senza prime o seconde file.

Amava insegnare Caproni ed era anche appassionato di musica: tutta la vita studiò violino e composizione ed insieme scopriremo i molteplici ed evidenti riferimenti musicali nelle sue raccolte.

E’ stato anche un eccellente traduttore di Charles Baudelaire e di Marcel Proust che, a quanto pare, ha ultimamente folgorato Vasco Rossi con la Recherche. 

Un uomo colto, raffinato, complesso.

Insieme andremo alla scoperta delle sue raccolte, delle poesie che ha scritto fin da giovanissimo, per arrivare fino a quelle del congedo.

Giorgio Caproni era livornese di nascita, ma era intimamente legato a Genova, dove si trasferisce con la famiglia all’età di dieci anni e dove rimarrà fino al 1946.

La città più mia, forse, è Genova. Là sono uscito dall’infanzia, là ho studiato, sono cresciuto, ho sofferto, ho amato. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo. Questo e soltanto questo, forse, è il motivo del mio amore per Genova, assolutamente indipendente dai pregi in sé della città. Ed è per questo che da Genova, preferibilmente, i miei versi traggono i loro laterizi.

Per Caproni Genova era la “città dell’anima”, la “mia città dagli amori in salita”. Ripercorreremo insieme strade, odori e sensazioni di una Genova assolutamente superba.

E a Genova Caproni dedica Litania – da Il Passaggio di Enea, 1956 – in assoluto una delle più belle poesie sul capoluogo ligure.

Inauguriamo il viaggio con Giorgio Caproni proprio con questa meravigliosa dichiarazione d’amore per Genova.

 

 

Toni Servillo recita Litania di Giorgio Caproni

Litania

 

Genova mia città intera.

              Geranio. Polveriera.

Genova di ferro e aria,

              mia lavagna, arenaria.

 

Genova città pulita.

              Brezza e luce in salita.

Genova verticale,

     vertigine, aria, scale.

 

Genova nera e bianca.

              Cacumine. Distanza.

Genova dove non vivo,

               mio nome, sostantivo.

 

Genova mio rimario.

     Puerizia. Sillabario.

Genova mia tradita,

     rimorso di tutta la vita.

 

Genova in comitiva.

     Giubilo. Anima viva.

Genova di solitudine,

     straducole, ebrietudine.

 

Genova di limone.

     Di specchio. Di cannone.

Genova da intravedere,

     mattoni, ghiaia, scogliere.

 

Genova grigia e celeste.

     Ragazze. Bottiglie. Ceste.

Genova di tufo e sole,

     rincorse, sassaiole.

 

Genova tutta tetto.

     Macerie. Castelletto.

Genova d’aerei fatti,

     Albaro, Borgoratti.

 

Genova che mi struggi.

     Intestini. Carruggi.

Genova e così sia,

     mare in un’osteria.

 

Genova illividita.

     Inverno nelle dita.

Genova mercantile,

     industriale, civile.

 

Genova d’uomini destri.

     Ansaldo. San giorgio. Sestri.

Genova di banchina,

     transatlantico, trina.

 

Genova tutta cantiere.

     Bisagno. Belvedere.

Genova di canarino,

     persiana verde, zecchino.

 

Genova di torri bianche.

     Di lucri. Di palanche.

Genova in salamoia,

     acqua morta di noia.

 

Genova di mala voce.

     Mia delizia. Mia croce.

Genova d’Oregina,

     lamiera, vento, brina.

 

Genova nome barbaro.

     Campana. Montale. Sbarbaro.

Genova di casamenti

     lunghi, miei tormenti.

 

Genova di sentina.

     Di lavatoio. Latrina.

Genova di petroliera,

     struggimento, scogliera.

 

Genova di tramontana.

     Di tanfo. Di sottana.

Genova d’acquamarina,

     area, turchina.

 

Genova di luci ladre.

     Figlioli. Padre. Madre.

Genova vecchia e ragazza,

     pazzia, vaso, terrazza.

 

Genova di Soziglia.

     Cunicolo. Pollame. Triglia.

Genova d’aglio e di rose,

     di Prè, di Fontane Marose.

 

Genova di Caricamento.

     Di Voltri. Di sgomento.

Genova dell’Acquasola,

      dolcissima, usignola.

 

Genova tutta colore.

    Bandiera. Rimorchiatore.

Genova viva e diletta,

     salino, orto, spalletta.

 

Genova di Barile.

     Cattolica. Acqua d’aprile.

Genova comunista,

     bocciofila, tempista.

 

Genova di Corso Oddone.

     Mareggiata. Spintone.

Genova di piovasco,

     follia, Paganini, Magnasco.

 

Genova che non mi lascia.

     Mia fidanzata. Bagascia.

Genova ch’è tutto dire,

     sospiro da non finire.

 

Genova quarta corda.

     Sirena che non si scorda.

Genova d’ascensore,

     patema, stretta al cuore.

 

Genova mio pettorale.

     Mio falsetto. Crinale.

Genova illuminata,

     notturna, umida, alzata.

 

Genova di mio fratello.

     Cattedrale. Bordello.

Genova di violino,

     di topo, di casino.

 

Genova di mia sorella.

     Sospiro. Maris Stella.

Genova portuale,

     cinese, gutturale.

 

Genova di Sottoripa.

     Emporio. Sesso. Stipa.

Genova di Porta Soprana,

     d’angelo e di puttana.

 

Genova di coltello.

     Di pesce. Di mantello.

Genova di lampione

     a gas, costernazione.

 

Genova di Raibetta.

     Di gatta Mora. Infetta.

Genova della Strega,

     strapiombo che i denti allega.

 

Genova che non si dice.

     Di barche. Di vernice.

Genova balneare,

     d’urti da non scordare.

 

Genova di “Paolo & Lele”.

     Di scogli. Fuoribordo. Vele.

Genova di Villa Quartara,

     dove l’amore s’impara.

 

Genova di caserma.

     Di latteria. Di sperma.

Genova mia di Sturla,

     che ancora nel sangue mi urla.

 

Genova d’argento e stagno.

     Di zanzara. Di scagno.

Genova di magro fieno,

     canile, Marassi, Staglieno.

 

Genova di grigie mura.

     Distretto. La paura.

Genova dell’entroterra,

     sassi rossi, la guerra.

 

Genova di cose trite.

     La morte. La nefrite.

Genova bianca e a vela,

     speranza, tenda, tela.

 

Genova che si riscatta.

     Tettoia. Azzurro. Latta.

Genova sempre umana,

     presente, partigiana.

 

Genova della mia Rina.

      Valtrebbia. Aria fina.

Genova paese di foglie

     fresche, dove ho preso moglie.

 

Genova sempre nuova.

     Vita che si ritrova.

Genova lunga e lontana,

     patria della mia Silvana.

 

Genova palpitante.

     Mio cuore. Mio brillante.

Genova mio domicilio,

     dove m’è nato Attilio.

 

Genova dell’Acquaverde.

     Mio padre che vi si perde.

Genova di singhiozzi,

      mia madre, via Bernardo Strozzi.

 

Genova di lamenti.

     Enea. Bombardamenti.

Genova disperata,

     invano da me implorata.

 

Genova della Spezia.

     Infanzia che si screzia.

Genova di Livorno,

     partenza senza ritorno.

 

Genova di tutta la vita.

     Mia litania infinita.

Genova di stoccafisso

     e di garofano, fisso

     bersaglio dove inclina

     la rondine: la rima.

 

Giorgio Caproni: dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore

Frequentavo l’Università a Genova ed il secondo esame di italiano prevedeva una parte monografica dedicata a Giorgio Caproni. Il mio professore di allora, Luigi Surdich, era un  suo appassionato studioso ed ha avuto un ruolo decisivo nella nascita della mia passione per questo poeta.

Ai tempi, ad essere sincera, conoscevo a malapena Giorgio Caproni e le sue poesie quando poi, un giorno, mi capitò di leggere per la prima volta questi versi:

 

Buttate pure via

ogni opera in versi o in prosa.

Nessuno è mai riuscito a dire

cos’è, nella sua essenza, una rosa.

 

Poco bastò perché le sue parole riuscissero ad oltrepassare i limiti delle consuete parafrasi e a suscitare in me emozione e curiosità, ammirazione e stupore per un’affermazione che, sebbene racchiusa nelle rime di una poesia, non ti aspetteresti mai proprio da un poeta.

È stata questa forte sincerità a permettere subito una sorta di comunicazione empatica tra Caproni e me. Per la prima volta non mi era necessario decifrare ciascuna poesia parola per parola perché subito riuscivo a “viverle” una di seguito all’altra.

Caproni costruisce infatti le sue raccolte come un complesso di variazioni intorno a un nucleo centrale, magari talvolta sottinteso e perfino contraddetto, ma pur sempre dominante. E’ difficile, forse impossibile, frantumare le raccolte ed estrapolarne singole poesie senza correre il rischio di frammentarle e di perderne l’intima e complessa correlazione.

Per questo motivo, pur prendendo in esame soprattutto l’aspetto della solitudine come destinazione ultima del viaggio-vita di Caproni, desidero ripercorrere dall’inizio tutte le raccolte.

Ho delineato attraverso ogni singola tappa, scandita mediante l’incontro-scontro con ambienti e persone, il percorso che porterà Giorgio Caproni dalla percezione sensoriale del mondo esterno all’estrema solitudine interiore, in un progressivo e doloroso viaggio verso il Nulla.

Caproni incomincia il suo cammino di conoscenza dal di fuori, dal mondo esterno: il Caproni delle prime raccolte (Come un’allegoria del 1936; Ballo a Fontanigorda del 1938; Finzioni del 1941) è un poeta espressionista, la sua è una “poesia descrittiva” che ritrae la natura con immagini talmente eloquenti da renderla viva.

Il tempo è quello della giovinezza – Caproni nel 1936 ha appena ventiquattro anni – in cui si esce per andare incontro al mondo ed indagarlo con i propri sensi, malgrado in questo susseguirsi di odori, sapori, colori e suoni, si insinui già il sentimento della precarietà di ogni cosa umana ed il continuo avvertimento della presenza, in tutto, della morte.

Caproni sa bene che l’istintuale felicità della percezione del mondo esterno è indissolubilmente legata alla fuggevolezza dell’emozione e che, in tutte le gioiose mattine, sere, albe e tramonti, l’uomo è comunque, alla fine, irrimediabilmente solo.

Vediamo, dunque, come il tema della solitudine sia già presente nel Caproni giovane.

Quello che desidero raccontare è il tipo di viaggio da lui compiuto per arrivare, alla fine, a considerare la solitudine l’unica ed ineliminabile condizione umana. Intendo osservare il suo progressivo distacco dalla natura e dagli uomini per accettare con stoicismo il suo –  il nostro – destino di solitudine e morte.

“I poeti non hanno biografia, la loro opera è la loro biografia” ha scritto Octavio Paz: seguendo questa indicazione ripercorreremo insieme le esperienze più significative della vita di Caproni proprio attraverso la lettura progressiva delle sue poesie.

Le sue reazioni nei confronti del mondo esterno si configurano come una serie di incontri e scontri in cui l’io del poeta entra in conflitto con una realtà inaccettabile che lo aggredisce.

È in poesie come Ad Olga Franzoni che possiamo leggere il primo grande dolore-scontro di Caproni per la prematura morte della fidanzata Olga, nostalgicamente rievocata in versi che sembrano poter conservare e proteggere le emozioni dall’usura del tempo. 

C’è poi l’incontro con il nuovo amore per Rina, carico di speranze e promesse, ma ormai si sta andando verso “anni veramente neri, che a rotta di collo corrono verso la guerra e la catastrofe”. Le poesie di Cronistoria (1943) già delineano la spaccatura, la ferita non più rimarginabile che la guerra ha prodotto in Caproni e in quanti ne presero parte, la guerra che domina nelle Stanze e nei Lamenti, dove Caproni non racconta esplicitamente episodi della guerra, ma ricostruisce, piuttosto, l’atmosfera cupa e pesante caratteristica di quel tempo.

Le solari percezioni sensoriali delle prime raccolte diventano, in questi versi, un assommarsi di impressioni fredde, di luoghi bui, spettrali, immobili, quasi pietrificati.

“Poesia del cuore”, possiamo dire, poesia dello sgomento dell’uomo di fronte al doloroso scontro con la guerra.

La solitudine e la morte continuano lentamente, anche in una dimensione più intima e privata, ad invadere gli spazi di vita di Caproni, che nel 1950 subisce l’ulteriore e profonda offesa della morte della madre, fatta rivivere nei Versi livornesi del Seme del piangere (1959) che propongono una madre giovinetta “fidanzata” con il figlio. (“suo figlio, il suo fidanzato”).

Siamo a Livorno, la città della sua infanzia, e Genova, la città in cui si è formato, la “città dell’anima”: incontri rinnovati in luoghi ancora una volta ripercorsi grazie all’atemporalità della poesia che non elimina, però, l’intimo distacco che in ogni caso avverrà anche da queste città tanto amate.

I viaggi che mettono in relazione tra loro i luoghi della vita si cristallizzano in una serie di mezzi di trasporto, che presto diventano anche metafore di stati esistenziali diversi.

Livorno e Genova sono associate nella memoria del poeta con particolari modalità di movimento, con mezzi e traiettorie precise. E’ per la funicolare, ad esempio, che Genova diventa per Caproni “la mia città dagli amori in salita”. La funicolare ed altri mezzi quali la bicicletta, il treno, e l’ascensore.

Con il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) Caproni è ormai passato dalla poesia descrittiva – espressionista della sua prima stagione poetica, ad una poesia esistenziale imperniata sull’esigenza metafisica, dove gli elementi naturali diventano fattori determinanti per un’interrogazione altra.

D’ora in avanti il protagonista principale dei versi di Caproni sarà il viaggiatore, “l’uomo solo” che proseguendo il suo viaggio-vita  si interrogherà di volta in volta su temi quali la morte, l’esistenza di Dio, l’oltremorte, prestando voce anche ad altri personaggi immaginari, come si vede nelle prosopopee del Congedo (il guardacaccia, il preticello, etc.)

“L’uomo solo” è ormai giunto alla “disperazione / calma, senza sgomento”, accetta coraggiosamente l’inconsistenza della realtà e l’ineluttabilità del suo destino di solitudine e morte.

Muore l’esistenza percepita soprattutto a livello sensoriale, ci si distacca dal mondo fisico e si nasce in una dimensione che ha come uniche certezze la vita, la solitudine e la morte.

È ormai una solitudine profonda, endogena, quella che si legge nella successiva raccolta Il muro della terra (1975): una solitudine resa ancor più tragica dal pensiero del “dopo”, dall’angoscia per l’irrimediabilità degli eventi e, soprattutto, dalla certezza dell’umana impotenza e dalla definitiva sconfitta della ragione che non potrà mai perforare il “muro della terra”.

Il viaggiatore è solo con il suo io, anzi, con i suoi molteplici io (sarà di volta in volta “il murato”, “lo stravolto”, “il cercatore”).

Assistiamo ad una sorta di sdoppiamento io-Dio, dove non si ha certezza né dell’uno, né dell’altro, ma dove entrambi vengono affannosamente cercati ed inseguiti.

Nei versi di queste poesie le parole io e Dio sono ossessivamente ripetute ed accostate, quasi che a furia di ripeterle si possa dimostrare la loro esistenza.

Anche il linguaggio è ormai mutato. Le parole adoperate da Caproni sono quasi tutte di poche sillabe, sono scarne, lo stile è essenziale, crudo, perfettamente aderente allo stato d’animo del viaggiatore non più cerimonioso, ma disperatamente impotente dinanzi all’insuperabile muro.

Non per questo il viaggio è terminato: è proprio questo continuo espandersi, anche dove potrebbe essere già avvenuto l’arresto, una delle caratteristiche della poesia di Caproni, che sembra a tutti i costi volersi spingere oltre i limiti consentiti, oltre i “luoghi non giurisdizionali”.

Addirittura ne Il franco cacciatore (1982), che riprende gli ormai consueti temi del viaggio, della solitudine, della morte, di Dio, l’affannosa ricerca di un oltre il muro prosegue e diventa caccia, insistente tentativo di prendere la mira e di puntare un Lui che potrebbe essere addirittura Dio.

Caproni è ora giunto alla “realtà irreale”, oramai divenuta l’unica realtà possibile.

D’ora in avanti i versi delle poesie saranno caratterizzati da un assommarsi di percorsi compiuti, personaggi incontrati, oggetti apparsi, luoghi visitati, parole pronunciate, ma solo illusoriamente: “l’uomo solo” non può più aggrapparsi alle sue percezioni sensoriali falsate e irreali che sottolineano crudamente la sua non appartenenza a nessun luogo e a nessun tempo ed è certo che in questo “nessun dove” e “nessun quando” si è proprio irrimediabilmente, impotentemente soli nel Nulla.

La caccia prosegue anche ne Il Conte di Kevenhüller (1986), con poesie che maggiormente contribuiscono ad evidenziare l’ormai sopravvenuta mancanza di consequenzialità logica, spaziale e temporale. La realtà che leggiamo in questi versi è un confuso susseguirsi di incerte “asparizioni”, di ombre che confondono la vita con la morte e che non permettono alcun punto reale di riferimento.

Si porta avanti un viaggio “in piena disperanza”, totalmente frantumati in una realtà-irrealtà anch’essa frantumata, lacerati dall’intima consapevolezza che tutto è illusione.

In Res amissa, l’ultima e incompiuta raccolta di Caproni, “l’uomo solo” non s’incontra-scontra più con la solitudine, Dio, la morte, la parola, il Nulla, ma semplicemente porta a termine il suo allontanamento, il suo esilio totale e si congeda dalla vita stessa.

Se nelle precedenti raccolte avevamo identificato nella realtà ossimorica, nell’irrealtà, l’unica realtà possibile, dove il Tutto ruotava intorno al Nulla, adesso l’unica realtà possibile è la non-realtà, e la sola categoria è quella del non-essere.

“L’uomo solo”, già congedatosi dalla sapienza, dall’amore e dalla religione poiché giunto alla “disperazione / calma, senza sgomento”, diventa adesso “non-io”, e in quanto tale si congeda dal congedo stesso.

È in questa ottica, credo, con questo nuovo “bagaglietto” pieno di “non essere” che vanno lette le poesie-riflessioni di Res amissa che, com’è nella consuetudine di Caproni, costituiscono un ideale ampliamento di temi già trattati. E qui superati: si è oltre il viaggio (compiuto? non compiuto? mai iniziato?) e quindi oltre Dio, oltre la morte, persino oltre l’oltre dell’estrema solitudine interiore.

Resta solo, sempre, la vera poesia che, “come la vera favola, aiuta a scoprire la realtà” – e – “non a mascherarla.”

 

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Info Rosella Schiesaro

Nata a Savona, di origini toscane, Rosella Schiesaro ha svolto per più di vent'anni attività di ufficio stampa e relazioni esterne per televisioni, aziende e privati. Cura per Liguria.Today la rubrica Il diario di Tourette dove affronta argomenti di attualità e realizza interviste sotto un personalissimo punto di vista e con uno stile molto diretto e libero. Da sempre appassionata studiosa di Giorgio Caproni, si è laureata con il massimo dei voti con la tesi “Giorgio Caproni: dalla percezione sensoriale del mondo all’estrema solitudine interiore”. In occasione dei centodieci anni dalla nascita del poeta, ci accompagna In viaggio con Giorgio Caproni alla scoperta delle sue poesie più significative attraverso un percorso di lettura assolutamente inedito e coinvolgente.

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