Cover interviste immaginarie

Antonio Tabucchi parla di Pier Paolo Pasolini (Intervista immaginaria)

IL VOLTO DELL’INQUIETUDINE

Carissimo Tabucchi, Lei ha visto in anteprima la mostra fotografica dedicata a Pier Paolo Pasolini allestita a Palazzo Ducale a Genova. Qual è la prima impressione che ne ricava?

Direi l’inquietudine. Pasolini è stato un grandissimo portatore di inquietudine politica e antropologica. Non tanto il Pasolini cineasta e poeta, ma quello dei romanzi, dei saggi e degli interventi intellettuali. In questi scritti Pasolini capta, da una società apparentemente positiva ma in realtà assai inquietante, il suo enorme quoziente di inquietudine.

Può spiegarsi meglio?

All’inizio degli anni ’60 l’Italia viveva un cambiamento socio economico epocale, che la cultura ufficiale e le istituzioni esaltavano in maniera frenetica e direi trionfalistica. Inventando un sintagma di propaganda di carattere impositivo dal suono roboante ed esplosivo, il famoso BOOM, il boom economico. L’Italia si arricchiva, e da paese prevalentemente agricolo diventava paese modernamente industriale. La svolta sociale era evidente, il vantaggio economico anche, ma tutto ciò aveva il rovescio della medaglia. Una parte negativa come in tutte le cose della modernità che Pasolini colse immediatamente.

Quali furono i primi segni che indagò Pasolini?

Lo spopolamento delle campagne, l’eccezionale fenomeno di inurbamento con la nascita di mostruose periferie degradate, episodi di difficile convivenza di cittadini dello stesso paese, inevitabili episodi di criminalità e così via. Lo sguardo di Pasolini si posò sulle borgate selvagge di oltre Tevere, prive di piani regolatori e lontane dalle regole di qualsiasi convivenza. dove si concentrava una popolazione indigente e un sottoproletariato che usava un proprio codice di vita e un proprio linguaggio. Già nel 1955, quasi profeticamente, tra l’altro l’essere profeta è una delle virtù che più sono state odiate in Pasolini, aveva scritto Ragazzi di vita, e alla fine del 1959, proprio nel bel mezzo della festa del BOOM, Una vita violenta. 

Sta alludendo al linguaggio con cui Pasolini scrisse questi due romanzi?

Sì. La sua originalità stilistica è innegabile. In lui c’è qualcosa di gaddiano, e non per niente Pasolini fu un grande amico e sodale di Gadda, ma è un gaddismo profondo, ben più profondo dell’epidermide con cui certi continuatori gaddiani estetizzanti pretendevano di farsi continuatori del Gran Lombardo. E a proposito di Gadda, vorrei ricordare che quando usciva dell’ufficio di modesto impiegato di un programma culturale della Radio, andava a prendere lezioni a pagamento di abruzzese da un ferroviere in pensione per scrivere il suo Commissario Ingravallo. E questa, secondo me, è una delle cose più commoventi della letteratura italiana. 

Gadda e Pasolini da un lato, e l’avanguardia dall’altro?

Le avanguardie erano più attente alle regole della nuova comunicazione sociale, facendo anche una parte molto attiva nella nostra letteratura. Perché le cose non possono andare sempre su uno stesso binario, ci vogliono più forze in una letteratura, direi quasi più circolazioni del sangue. Pasolini colse invece la trasformazione antropologica, i profondi disagi e la grande inquietudine che ufficialmente taciuta percorreva l’Italia. 

Chi colse oltre a lui e Gadda questa inquietudine?

Alcuni cineasti come il Visconti di Rocco e i suoi fratelli e il Fellini della Dolce vita. Dove rappresentarono molto bene l’insidia e i danni che una modernità imposta a tavolino dalle istituzioni può arrecare a un paese. Come dimenticare il biasimo bipartisan dei notabili democristiani e comunisti alla presentazione della Dolce Vita a Venezia. Gli stessi insulti che toccarono anche ai romanzi di Pasolini. Che destarono sì un’attenzione critica per l’originalità stilistica, ma che gli valsero un processo per pornografia. Eleggendolo suo malgrado al ruolo di provocatore ed eretico. Caratteristiche che la cultura ufficiale italiana ha sempre mal tollerato negli scrittori. 

In teoria uno scrittore dovrebbe essere eretico rispetto al pensiero unico dominante…

Sì, uno scrittore dovrebbe opporsi e dubitare del pensiero unico dominante che può diventare un pericolosissimo comune senso del pensare che narcotizza le coscienze. Uno scrittore dovrebbe interpellarle le coscienze, porre domande a se stesso e agli altri, o perlomeno sospettare che ciò che si vuole sia così, forse non sia esattamente così ma un pochino differente. Perché per dare le risposte “tranquillizzanti”, come ci insegna la storia, sono sufficienti le caste politiche, le lobby economiche, e le gerarchie ecclesiastiche che forti di una religione rivelata si propongono sempre quali proprietarie del cosiddetto pensiero comune. Pasolini assunse così la sua vocazione, ma al tempo stesso il ruolo che la società italiana obbligatoriamente gli consegna. E diventa con lucido coraggio e intelligenza il bastian contrario di un’Italia frivola e un po’ scriteriata, che mi pare abbastanza alle origini della società italiana attuale. 

Si riferisce al nuovo che avanzava?

Guardi, Pasolini fu ospitato sulle pagine del borghese Il Corriere della sera grazie all’intelligenza del direttore di allora. E lì intervenne con articoli implacabili sulle magagne del nuovo che avanzava. Da cui nacquero i testi poi pubblicati in Scritti Corsari, Lettere Luterane e Belle Bandiere. In questo passaggio dal romanzo all’analisi dei fenomeni sociali e di costume, che per lui però è sempre scrittura letteraria, Pasolini smonta miracolosamente il miracolo italiano ponendosi come voce diversa alla ricerca di un’altra verità – nel linguaggio, nei rapporti umani e nell’arte. In totale disomogeneità dai valori borghesi imposti dalla società di allora. Cercando di coniugare, tra l’altro paradossalmente, in un tentativo che non poteva riuscire, il suo marxismo con la spiritualità cristiana. 

Secondo Lei era o no un visionario?

A me piace questa immagine – nonostante i limiti intrinseci a una dialettica nella quale lui stesso si era rinchiuso, Pasolini straripava nella letteratura italiana dell’epoca, a tal punto che il suo stesso circolo vizioso lo trasformò in visionario. Mi vengono in mente i carcerati nei quadri di Van Gogh, che girano in cerchio nell’ora d’aria tenendo ognuno la mano sulla spalla all’altro. Ripetono sempre gli stessi passi, e a un certo punto, il circolo chiuso improvvisamente si apre in una visione. Se si ritorna sempre lì, dove si era poco fa, vuol dire che il punto di arrivo è anche il punto di partenza. Pasolini girava, girava, ci ragionava tormentandosi e alla fine il punto di partenza e di arrivo qual è? Il fascismo italiano. Lo strutturale, genetico, fascismo italiano. Una grande invenzione della creatività italiana, come lo è stato il Rinascimento. Un’attualità che forse voi oggi potete cogliere nell’aria.

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Info Roberto Baghino

Scrittore e organizzatore di eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni Il sipario di Maissa(2004), Virginia (2006), Atti lunici(2008), Storie di cani (2019). Tra i testi teatrali rappresentati Il sesso di Igor (2007), Puntura (2008). Con Davide Barabino ha realizzato i cortometraggi Scheria(2008), Ecco (2008). Fondatore e redattore della rivista cultura Il Cormorano dal 2000 al 2006.

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