Seguici su google news
Anselmo Cachorro 14 15
In copertina Saverio Rampin, senza titolo, 1990

Anselmo Cachorro, paragrafi 14 & 15

Aglaia Vozducha spalancò gli occhi. Si stiracchiò tutta per bene e disse, che rimanga tra di noi. Poi raccolse il grembiule. Si scrollò i residui del tappeto di guerra, e ringiovanita di nuovo di quindici anni passò in rassegna le sue allieve. Altro che rose. Erbacce grame, siete. Di tutto punto, aggiunse strappando a ognuna un altro pizzo. Ma guardatevi. Sembrate uscite da un festino della PASCUCCI. Magari è proprio quello che desiderate. Eh? Perché guardate in basso? Vi vergognate? Guardatemi, urlò Vozducha. Di cos’è che vi vergognate? Del capezzolo che copri con la mano? Dei tuoi lividi sulle scapole? Del tuo graffio a giro coscia? Del segno che hai sul collo? E tu, prima ballerina? Di cos’è che ti vergogni? Del labbro che ti sanguina? Si capisce che è stato un morso. Altrimenti ce l’avresti pure in bocca. Il sangue, precisò Vozducha strisciando il labbro con un dito. Per poi pulirlo nel grembiule, mentre le cadeva l’occhio sull’alluce sbucato dalla scarpetta di un’allieva. Allora ordinò alle altre di lucidare l’alluce col suo grembiule. E appena l’ultima finì, le dispose in cerchio a cantare SI MI DO. Finché non disse basta, d’ora in poi il riscaldamento lo farete cantando queste note blues distorte. Spense il grammofono ed entrò in mezzo al cerchio. Ma guardatevi, disse di nuovo. Non siete mai state così belle. Credete sia impazzita? Rispose ai loro sguardi. Invece no. Se non lo capite adesso lo capirete a tavola. OH SANTO DON, esclamò subito dopo. C’è la pentola sul fuoco. Se si è bruciato il pesce, questo sì non ve lo perdono. Minacciò con un sorriso che contagiò le allieve e anche Cachorro. Che entrò nel salone pensando, cosa significa blues? Prima di dire alle allieve Vozducha ha ragione, così belle non siete mai state. Grazie, risposero in coro orgogliose dei loro segni di guerra. Mentre Aglaia Vozducha li chiamava finalmente in sala da pranzo. Dove assaporarono il pesce cucinato alla russa, oltre alla squisita conversazione di Aglaia, che li deliziò di racconti e di aneddoti, facendoli ridere sino alle lacrime, o sospirare con lei quando sussurrava poesie nella sua lingua lontana. Dopo il brindisi servì succosi PORTUGAL per dessert. Chiese a tutti di arcuare sul tavolo la velina che avvolgeva ogni arancia. Diede a ciascuno un fiammifero, e al suo tre accesero le quattordici veline, che si alzarono in volo al soffitto come farfalle infuocate. Che cielo fatato, disse Anselmo Cachorro spuntando la settima delle cose da fare per l’amatissima nonna. Intanto che Aglaia Vozducha sorrideva al ricordo di quando le faceva volare insieme a Sofia. Bene, disse poi esausta. È ora che andiate. Anselmo Cachorro fu l’ultimo a uscire. Ma prima di andarsene si fermò sulla soglia. Strinse il pomo nel pugno e guardò a lungo il salone, lo specchio la sbarra il grammofono i lampadari il pianoforte le tende le stampe e il tappeto di guerra. Poi chiuse gli occhi, li riaprì e chiuse piano la porta. Tre giorni e tre notti dopo il banchetto, Anselmo Cachorro salì sul treno per LAMBO. La capitale della struggente e bellissima isola che si chiama ZURETTA. E su quel treno che lo strappava a GUANTALCO, canticchiava ogni tanto SI MI DO al paesaggio che appariva o svaniva. Ringraziando Anita Loi per la promessa esaudita, e Aglaia Vozducha per il respiro distorto che gli aveva donato.

Poi gli venne voglia di leggere. Aprì la valigia preparata con cura da Anita, e pescò a caso un libro tra i quattro che c’erano. Da cui Anita Loi si separò come figli, dopo averlo fatto giurare croce sul cuore di non perderli mai. Leggendo quel libro Anselmo Cachorro si dimenticò del paesaggio e di tutto se stesso. Finché la frenata del treno non lo tirò via dalle pagine. Chissà dove siamo, si chiese mentre voleva riporre quel libro voltato al finestrino. Ma la valigia non c’era, e il libro ondeggiava a vuoto nell’aria. Per questo balzò sino al soffitto del treno. Il rinculo lo insaccò sulla panca, e con la lingua sanguinante disse OH PORCO MONDO. Chi me l’ha presa? Chi me l’ha presa? Qualche anno dopo, CHI ME L’HA PRESA? fu la canzone che lo rivelò al grande pubblico. Ma adesso, sul treno per LAMBO, era la litania di una marionetta con i fili mozzati come la mano del vecchio. La stessa in cui Anselmo Cachorro stringeva ancora l’unico libro rimasto. Ma gli altri? È anche grazie agli altri, si disse al ricordo del pescatore. Spezzando la litania che lo afflosciava sulla panca. Allora andò su e giù nei vagoni. Fece domande a tutti i passeggeri. Al capotreno e persino al macchinista. Cercò sotto i sedili. Tra i bagagli altrui e nel vagone merci. Poi si aggrappò a un finestrino, disperato per quei libri su cui aveva giurato croce sul cuore. E quando era ormai sicuro di averli persi, vide la sua valigia nelle mani di un ragazzo. Che camminava svelto verso un campo coltivato guardandosi spesso alle spalle. Per questo incominciò a correre veloce con la valigia sul berretto. Ma senza spinta delle braccia e la zavorra in testa era più lento. La distanza diminuiva a ogni falcata, e nel campo coltivato perse tutto il suo vantaggio. Allora smise di fuggire. Lasciò cadere la zavorra, e si piantò tra Cachorro e la valigia. A pugni chiusi e gambe salde. La visiera del berretto rovesciata sulla nuca, e uno sputo sbieco su una foglia. È un pugile, pensò subito Cachorro. Devo usare bene il mio cervello. Così gli disse ascolta, puoi tenerti tutto, compresa la valigia, però voglio i miei libri. Se li vuoi mi devi battere, rispose. Sono tre vecchi libri, ammiccò Anselmo Cachorro. Non hanno alcun valore. Sono quattro, con quello che hai tu in mano. Me lo dai, o devo spaccarti il naso? A che ti servono? Domandò Anselmo Cachorro. Ma lui non gli rispose. Sputò su un’altra foglia, e avanzò di un passo per colpirlo. Tienilo, urlò allora Cachorro al di là del pugile. Che si girò indietro e poi più rapido in avanti, senza però schivare il fendente da mangusta di Cachorro. Lo spigolo dorato della vecchia copertina a tiratura limitata. E mentre il sangue oscurava gli occhi al pugile, lo spinse nelle barbabietole. Afferrò la valigia. Inciampò un paio di volte. Se la strinse forte al petto, e finalmente scappò via. Senza più inciampare né voltarsi. Pensando solo a correre e trovare un posto in cui nascondersi.

Leggi Anselmo Cachorro, paragrafi 12 & 13

Leggi Anselmo Cachorro, paragrafi 16 & 17

Condividi su
Spazi pubblicitari Liguria.Today

Info Roberto Baghino

Scrittore e organizzatore di eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni Il sipario di Maissa(2004), Virginia (2006), Atti lunici(2008), Storie di cani (2019). Tra i testi teatrali rappresentati Il sesso di Igor (2007), Puntura (2008). Con Davide Barabino ha realizzato i cortometraggi Scheria(2008), Ecco (2008). Fondatore e redattore della rivista cultura Il Cormorano dal 2000 al 2006.

Lascia un commento

Liguria.Today