Anselmo Cachorro paragrafi 12 e 13
In copertina Saverio Rampin, senza titolo, 1990

Anselmo Cachorro, paragrafi 12 & 13

 

Infatti gli insegnò a cantare davvero. E quando non studiava con lei, lo mandava a lezione da Aglaia Vozducha. Unico maschio in un mazzo di rose depilate di spine. Che la russa coi capelli sempre tirati allo spasmo sopportava con paludata insofferenza, nonostante i vari tornaconti che traeva da Cachorro. I soldi pagati dalla vecchia per le rette. Un ragazzo nel suo corpo di ballo. Il primo da che emigrò a GUANTALCO. Nonché il primo e il solo nel raggio di sconfinate miglia. Per questo Aglaia Vozducha scatenò l’invidia degli altri corpi di ballo, oltre a suscitare un certo scalpore, quando il giornale locale le dedicò una pagina intera che rimbalzò chissà come sul quotidiano nazionale. Inoltre, era più eccitante anche per lei che a librare le rose fosse Anselmo Cachorro anziché l’attempato factotum. Del cui alito e imbarazzante equilibrio si lamentavano ogni fine lezione. Come facciamo a lanciarci se non ci fidiamo di lui? Di Anselmo Cachorro invece si fidavano tutte. Erano davvero entusiaste di quell’allievo un po’ riluttante. Che sbadigliava alla sbarra, e che arrivava in ritardo o se ne usciva anzitempo. Che ce ne importa di cosa fa? Se non sta sulle punte o guarda il soffitto? Se ridacchia da solo e si fissa allo specchio? A noi dà quello che serve. E poi è premuroso. Gentile. E non è vero che non sente la musica. Lo fa a modo suo. Ha le spalle robuste e le mani puntuali. Ieri mi ha presa in volo a occhi chiusi. Anche a me. Anche a me. Eppure, Aglaia Vozducha lo sopportava sempre meno. Andò dalla vecchia e disse, non imparerà mai a danzare. Non è questo che conta rispose, però ne ha bisogno. Per cosa? Per respirare, Vozducha. Per respirare. Può respirare anche in stazione, ribatté la russa. Al mercato o in drogheria. Farebbe bene anche a te, disse la vecchia. Che cosa? Urlò Aglaia Vozducha. Ti spaventa così tanto il mio Cachorro? Il tuo Cachorro non rispetta le mie regole. Sei tu che non gli insegni a rispettarle. Io? Cachorro è un maschio, Vozducha. Magari ti sei un pochino arrugginita in questi anni. Ascoltami bene, disse la russa. Maschi o femmine non fa nessuna differenza. Le regole devono rispettarle tutti. Cachorro è un maschio, Vozducha. Se non danza è colpa tua. È lui che non vuole. E allora tu seducilo, o hai dimenticato come si fa? Te lo chiedo per favore, Anita. Di’ a Cachorro che non deve più venire. Diglielo tu, se è quel che vuoi. Ma il suo lampo ti mancherà. È proprio quello che non sopporto. Il lampo di Sofia lo sopportavi, eh? Cosa c’entra Sofia? È suo nipote. Cachorro è suo nipote? Sì, Vozducha. È ancora viva? Le domandò con gli occhi fissi alle sue labbra. Non lo so, e ti proibisco di indagare. Hai ragione, neanch’io voglio saperlo. Bene, su questo siamo d’accordo. E adesso vattene, che voglio riposare. Oh Anita, cosa aspettavi a dirmelo? Credevo che lo intuissi, sogghignò la vecchia indicandole l’uscita.

Come ho fatto a non capirlo, si domandava affrettandosi al mercato. Dove comprò verdura e pesce. Poi si affrettò in drogheria per certe spezie. Infine dalla sarta, che le impacchettò una veste mentre lei fremeva. E quando arrivò al portone, vide che c’erano già due rose. Fece buu alle loro spalle, e lasciò che la aiutassero coi pacchi. Le altre arrivarono subito dopo. Salirono le scale quasi volando, e lassù all’ultimo piano trovarono la porta spalancata. Le due compagne stralunate, e Aglaia ringiovanita di almeno quindici anni. Che disse entrate, ho una sorpresa per voi. Una sorpresa? Domandò la prima rosa. Oggi si fa festa, cucino io alla russa. Le rose saltellarono contente. Chiesero perché senza ricevere risposta. E siccome le voleva a tavola di tutto punto, andarono a cambiarsi in camerino. Da cui uscirono in fila indiana sulle punte, senza trovare la maestra ad attenderle in salone. Lì per lì si sentivano spaesate, dato che non era mai successo. Ma poiché Vozducha si era dileguata dopo avere acceso Mozart, ritornarono ben presto a loro agio. E nell’attesa del banchetto giocavano a Vozducha sono io. Alternandosi a imitarla, o a sfogare i propri istinti di comando. Finché il piacere non sfuggì di mano alla seconda rosa. Quando rischiò di fratturare il polso a una sua allieva per mostrarle il giusto movimento. Il grido di dolore si fiondò anche in cucina. Che succede? Pensò Vozducha con la faccia in una pentola. Non sento più la musica. Metto il coperchio e vado. Impiegò mezzo minuto a mettere il coperchio e piombare nel salone, ma la rissa ormai era già esplosa. In un groviglio che coinvolse anche le rose che volevano sedarla. Perché tirando per dividere, facevano danni come quelle che si azzuffavano. E finita la rissa, in mezzo al salone c’era un tappeto di lembi e di pizzi. Di capelli e di lacci. Di orecchini e bracciali. Più dodici mezzelune che un quarto d’ora prima brillavano sulle testoline regali. Tutte riverse tra i loro strass sparpagliati sul tappeto di guerra. Che Aglaia Vozducha fissava furiosa e disfatta riacquistando di colpo i suoi sessant’anni. Per poi sfilarsi il grembiule in un silenzio tremendo, che nessuna rosa aveva mai udito. E quel silenzio era lei. Sì, era Aglaia Vozducha quel silenzio nascosto che la cospargeva da anni di ruggine e insonnia. Di rimpianti e sadismo. Era Aglaia Vozducha, quel silenzio che l’aveva ridotta a risucchiare fiato da dentro. Che le mieteva ogni soffio e impediva alle rose di sbocciare davvero. Quelle rose che non si erano mai accorte di lui. Neanche adesso che era lì allo scoperto. Misero dio sprezzante e vulnerabile, sussurrava a Vozducha di non profanarlo. Invece sì, sorrise Aglaia al baluginio degli strass. Invece sì, sorrise ad Anita davanti al grammofono. Prima di offrirsi alla musica sul tappeto di guerra, e muovere in aria i suoi bracci. Sempre più rapidi e vicini. Con le mani strette a cuneo. Come teste di serpenti che danzano in calore. Senza mordersi o tradirsi. Sino a quando non si intrecciano impedendo a chi li guarda di distinguerli uno dall’altro. Così come le allieve non distinguevano i bracci di Vozducha. È il destro o è il sinistro? Si chiedevano ammaliate anche dal suo corpo inerme e irrigidito. Eppure, eppure cosa? Si chiedeva Anselmo Cachorro sulla soglia del salone. Catturato da Vozducha e dalla musica del disco che si incantò su un a solo di chitarra, profanando il dio sprezzante con un distorto e ripetuto SI MI DO.

Leggi Anselmo Cachorro, paragrafi 10 & 11

Leggi Anselmo Cachorro, paragrafi 14 & 15

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Info Roberto Baghino

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Scrittore e organizzatore di eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni Il sipario di Maissa(2004), Virginia (2006), Atti lunici(2008), Storie di cani (2019). Tra i testi teatrali rappresentati Il sesso di Igor (2007), Puntura (2008). Con Davide Barabino ha realizzato i cortometraggi Scheria(2008), Ecco (2008). Fondatore e redattore della rivista cultura Il Cormorano dal 2000 al 2006.

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