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25 Aprile Resistenza armata
Laura Seghettini e Paolino Ranieri

Il nostro 25 Aprile. Storie della Resistenza armata nel Levante

Nei racconti che ho raccolto in questi anni[1] emerge che la violenza esiste già, è la condizione in cui i partigiani si trovano a vivere, provocata dal conflitto e dall’occupazione. I partigiani accettano la violenza come mezzo, innanzitutto per difendersi. Anche chi, come chi scrive, non ritiene la violenza un valore e anzi la ripudia, può trovare gli argomenti per giustificare, di fronte all’aggressione nazista e fascista, una pratica che smentisce il suo pensiero. La violenza a volte è legittima, come quella di Renzo contro don Rodrigo.

Il 12 marzo 1944 (secondo alcuni il 13) la banda Betti, in cui i partigiani spezzini erano prevalenti, assaltò il treno alla Stazione di Valmozzola, nel parmense, e liberò alcuni prigionieri. L’azione ebbe una ripercussione eccezionale: fu il segno del “si può”, che animò speranze e invitò alla lotta. Vennero fatti una quindicina di prigionieri, sette fascisti furono uccisi. Racconta Paolino Ranieri “Andrea”: “Li abbiamo uccisi perché li avevamo visti sparare. Due tedeschi non hanno sparato e li abbiamo liberati. Noi siamo andati via perché temevamo un rastrellamento, i due tedeschi sono tornati a Valmozzola, sono andati nella casa che ci ospitava, hanno portato uno in Germania e hanno bruciato tutto. Abbiamo sbagliato a lasciarli andare via!”.

E’ un esempio della violenza usata come necessità, consapevoli del suo male intrinseco: tant’è che si cercava di individuare coloro per cui la morte era davvero necessaria.

E’ in particolare nei racconti delle donne che le armi sono considerate uno strumento temporaneo di lotta e non un elemento fondativo. Nelle partigiane emergono spesso un’insofferenza e un disagio. Laura Seghettini, del Battaglione Picelli, dice: “Non ho mai ucciso nessuno. Ho sparato, ma stavo attenta a sparare ai mezzi, non alle persone”. Rosetta Solari, dopo un’azione con la Brigata Centocroci a Varese Ligure, va in osteria con i suoi compagni: “E’ questa per me la parte più difficile, mi sento stanca e la mia prospettiva cambia. Una prospettiva di donna: il mondo torna maschile, e io vorrei conoscerlo, ammirarlo a mille miglia di distanza, questo mondo di scoppi, di distruzioni e di morti, questa brutta storia a puntate che non hanno fine e vorrei scappare, fuggire a nascondermi, chiudere gli occhi, non vedere, non sentire”.

La complessità non è solo tra le persone, ma dentro le persone stesse. Racconta Vera Del Bene, del Battaglione Gramsci-Maccione: “Nonostante le brutture della guerra quello fu il periodo più bello della mia vita, agivo come diceva il mio istinto di ribelle, ma mi ha portato via la felicità, mi ha portato via il sorriso. Amo moltissimo la vita, ma dopo aver visto tanta morte mi sento infelice”.

Il recupero della complessità, il calarsi nella realtà dura e drammatica di quegli anni, ci fanno capire che l’umana pietà per i morti di tutte e due le parti non può far dimenticare la verità: una parte fu costretta alla guerra perché l’altra parte aveva un esercito con cui voleva sottomettere e distruggere il mondo con la violenza e la dittatura.

Giorgio Pagano

articolo scritto dalla redazione de La voce del Circolo Pertini

[1] Nei libri “Eppur bisogna ardir. La Spezia partigiana 1943-1945” (Edizioni Cinque Terre, 2015) e “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana” (Edizioni Cinque Terre, 2017), quest’ultimo scritto con Maria Cristina Mirabello.

Articolo precedente: Speciale 25 Aprile. Le donne della Resistenza civile

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